Stai sfogliando l'archivio mensile di febbraio 2011.

LE FORBICI CRISTIANE

Angelo era proprio incazzato. L’ idea di dover ancora fare palestra con quell’odioso arrogante, gli appariva insopportabile. Perdipiù il tizio, per la sua altezza appariva come un tappo di gazzosa, un tappo gasato; e prendendo a prestito le parole rivolte una volta da D’Alema a Brunetta, si poteva definire un “energumeno tascabile”.

Angelo era uscito poco dopo Fabrizio, così si chiamava il tipo, il quale indossava tra l’altro un impermeabile bianco che gli arrivava lungo sino ai piedi, cosa che lo rendeva ridicolo oltre che odioso.

Angelo portava sempre un paio di forbici in tasca e senza  farsi vedere inseguì Fabrizio, il quale non appena raggiunto si voltò, ma non tanto velocemente da impedire che le forbici lo prendessero in pieno petto facendo sgorgare sangue da occupare un  lungo tratto di strada in poco tempo.

Ormai era morente e Angelo pensò subito di scappare. Ma alcuni agenti accorsero subito dalla vicina questura richiamati dalle urla di Fabrizio: ormai non aveva scampo e piuttosto che finire per chissà quanti anni dietro le sbarre, si precipitò davanti alla chiesa che si trovava nei pressi; si fece il segno della croce e si colpì al cuore con le stesse forbici con cui aveva colpito il suo rivale.

Gli agenti lo raggiunsero quando era già spirato. Anche se era notte fonda la chiesa sembrava accogliere in tutta la sua maestà la tragedia che si era appena consumata davanti a “lei”.

Riciclato da       A. C. Doyle Il segno dei quattro

Diventa             Spongebob Holmes

Spongebob prese il flacone dalla mensola del camino e la siringa ipodermica dall’astuccio di cuoio marocchino. Applicò il sottile ago con un gesto nervoso delle sue minute dita giallastre e poi si arrotolò la manica sinistra della camicia (gesto inutile date le maniche corte). Si soffermò un istante con lo sguardo sull’avambraccio e sul polso spugnosi tempestati di innumerevoli segni di punture, irriconoscibili in quella pelle tutta forellata già di suo. Inserì l’ago nella vena, fece pressione sul minuscolo pistone e con un lungo sospiro di sollievo si lasciò andare nella poltrona rivestita di velluto d’alga.

Assistevo a questa cerimonia tre volte al giorno, da molti mesi, e non riuscivo ancora ad accettarla. Al contrario, la scena mi irritava ogni volta di più, tanto che per la stizza mi sarei volentieri mangiato tutte le dita, se mai le avessi avute. Ogni volta giuravo a me stesso di affrontare l’argomento, ma c’era nell’atteggiamento distaccato e noncurante del mio amico qualcosa che lo rendeva l’ultima persona con cui arrischiare interventi indiscreti. Le sue straordinarie facoltà, l’atteggiamento imperioso che gli era naturale, ciò che ormai sapevo delle sue molte e grandi qualità, mi inducevano ad andar cauto nel contraddirlo. Per di più ora era fuori come un barbagianni, doppiamente pericoloso.

Quel pomeriggio, tuttavia – forse per la gazzosa bevuta a colazione o per l’esasperazione che mi procurava l’estrema disinvoltura del suo comportamento – sentii all’improvviso di non potermi più trattenere. «Di che si tratta oggi?» sbottai, «Morfina o cocaina?». Sollevò uno sguardo languido dal vecchio fumetto di Lady Oscar che aveva aperto.

«Lacca per capelli», rispose. «Una soluzione al duecento per cento. Vuoi provare anche tu, Patrick?»

«Uff, era ora che me lo chiedessi, Sponge.»

La drosophila

Ciao, mi chiamo drosophila melanogaster. Eh, lo so che è un nome un po’ difficile ma non l’ho scelto io, me l’hanno dato quegli strani esseri umani che si chiamano scienziati, ma voi potete chiamarmi semplicemente moscerino della frutta.

Io sono una mosca molto molto brava, che vive tranquilla e non fa male a nessuno, così mi chiedo perché gli scienziati ce l’hanno tanto con me e con le mie simili; chissà, forse è perché noi abbiamo dei cromosomi (credo che si chiamino così) veramente grandi.

Dovete sapere che moltissime mosche come me sono state allevate e rinchiuse nei laboratori per studiarle, su di noi gli umani hanno fatto un sacco di esperimenti, ma tanti tanti tanti, ci hanno persino scambiato le parti del corpo facendo finire il sederino al posto della testa e la testa al posto del sederino, oppure le zampe al posto delle ali: mi dite come posso volare con le zampe?

La cosa che mi fa più arrabbiare è che neanche quegli strani esseri umani che si definiscono animalisti sembrano difenderci. Uffa, quando sfilano e mostrano i loro cartelli ecologici, non ci sono mai le immagini di noi insetti! E’ facile commuoversi davanti al simpatico musetto di un piccolo micio o davanti ai teneri occhioni di un cagnolino, invece gli umani per noi non spendono una lacrima. Siamo considerate fastidiose, siamo sempre scacciate e schiacciate. Non è giusto!

Invece anche noi siamo utili e abbiamo il nostro compito in Natura!

Vorrei proprio sapere se un giorno l’animale uomo diventerà più attento nei nostri confronti. Per il momento saluto e vi prego, signori uomini, non uccidetemi!

Chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo. Non potrebbe essere più vero.

Per quanto ci sia il Giorno della Memoria, anzi più di uno, sembra che la lezione della storia non sia stata imparata. Non solo continuano a nascere assurde gang che idolatrano Hitler e negano l’Olocausto, o partiti fondati sulla paura, più o meno motivata, dell’estraneo, ma si giustificano atti a dir poco inquietanti.

Si teorizza di legalizzare l’eutanasia e lo si fa apparentemente per motivi “umanitari”, perché chi è malato o invalido non soffra più, così come avevano già fatto proprio i nazisti. Si scelgono e selezionano gli embrioni umani eliminando i portatori di tare genetiche in nome di una libertà individuale dominatrice e prepotente, preda dell’illusione di poter controllare la vita e la sua imponderabilità. Nessuno marcia per queste creature che non hanno chiesto di essere fatte, nessuno alza cartelli, nessuno protesta, tutto avviene nell’indifferenza dei più e nel silenzio gelido di qualche ospedale.

Qualcosa è cambiato, non è più il partito o la razza o chi è al potere a decidere, ora è il singolo, ma chi dice che questo renda in qualche modo queste scelte giuste e condivisibili?

Queste tristi constatazioni non implicano che dobbiamo arrenderci per forza all’ineluttabile. Rammentare, ricordare è un baluardo, un argine, al dilagare di tutte le violenze, piccole e grandi, visibili e meno visibili, che dilaniano questo mondo.

Perciò il mondo non deve dimenticare. E neanche noi dobbiamo.

Ecché sarà mai questa memoria! Ecché palle! Tutti a rincorrere la memoria: i 150 anni della Repubblica, la Resistenza, la Shoah, l’11 settembre, l’anniversario d matrimonio, l’alluvione di Firenze… tutte sfighe o comunque cose dolorose al solo pensarle.

Ecchè palle, e io mi dovrei sforzare per ricordare cose che mi fanno male?

E no, io invoco l’alzheimer, voglio una memoria molto selettiva, voglio ricordare solo le cose belle tipo… adesso non me ne vengono in mente ma sicuramente poi mi verranno.

Ecché palle con questa storia che bisogna ricordare ciò che è stato per evitare che si ripeta. Che poi è un controsenso perché se tutti ci dimenticassimo tutto, cosa che io auspico, nessuno potrebbe dire che le cose si ripetono. Poi questa cosa di avere sempre lo sguardo nel passato mette anche tristezza, diciamolo chiaramente, come stare ad ascoltare quei vecchi che ti vogliono dare consigli, che ti dicono per filo e per segno che cosa hanno fatto nella primavera del ’43 o dove erano il 25 aprile del ’45. Ci raccontano tutto così tramandano la memoria, dicono. Con me cascano proprio male, io non voglio essere tramandato o tramandare, io non è che voglio dimenticare, non voglio proprio ricordare. Voglio essere leggero, fare sempre ogni cosa come se fosse la prima volta, ecché cavolo!

Ci sono solo due cose che mi interessa memorizzare perché sono veramente utili: come cavolo mi chiamo e dove ho parcheggiato.

Facciamole per queste cose, le giornate della memoria.

Comunque non stavo scherzando, se qualcuno sa chi sono e dove ho parcheggiato mi fa un favore.

Riciclato da   Thomas Harris  Il delitto della prima luna

Diventa         Il conflitto delle due scarpe

William Garau fece sedere Crovi al tavolo da “steccaggio” tra la casa e la
riva del mare, e gli posò davanti una bottiglia di birra ichnusa ghiacciata.
Giacomo Crovi guardò la tetra vecchia casa di legno sbiancato dal sale, al
riparo dalla luce e da qualsiasi occhio indiscreto.
- Avrei dovuto venire a trovarti a Maracalagonis quando smontavi dal lavoro – disse- qui non ti andrà di parlarne.
- Non mi và di parlarne in nessun posto, Giacomo. Sei tu che devi parlare quindi ayò! Basta che non mi faccia vedere le facce. Se ti sei portato le foto dietro, lasciale nella borsa… Monica e Walter dovrebbero tornare da un momento all’altro.
-Quanto ne sai?
-Sò quello che c’era scritto su L’Unione Sarda e sul Giornale di Sardegna – disse Garau -due famiglie sbiccate nelle loro case a un mese di distanza l’una dall’altra. A S. Michele e a Santa. Le circostanze erano simili.
-Non simili identiche, tante piccole soffiate hanno creato tanti indizi ed una prova definitiva.
-Quante confessioni fino ad ora?
-Quando ho telefonato in redazione , oggi pomeriggio erano ottantasei, l’anno della mia nascita- rispose Crovi.
-Infami, bugoni! Nessuno conosceva i particolari. Una di quelle famiglie
faceva buoni prezzi, dava dei bei pezzi e i soldi gli servivano per dar da
mangiare al nuovo bimbo, l’ottavo. Nessuno di quegli ottantasei sapeva, spioni di m***a!! Sei riuscito a non far finire qualche bugata al tuo giornale?
-E’ difficile, carissimo il mio biondo col bene che ti voglio, posso fare ben poco. Porto scarpe numero quarantacinque, è difficile trovarne di altri che mi stiano per mettere il mio piede anche in quelle. Hai capito cosa intendo? Sarebbe come sdraiarmi nelle rotaia ferroviaria, prima o poi il treno passa. Niente è impossibile , ma posso solo minimizzare qualche notizia che ti riguarda.
-Questo però con la stampa l’hai fatto?
-Ma con le bugie non ci sò fare troppo – proseguì Crovi. – L’ultima volta che ti ho difeso ho avuto una sensazione curiosa e fastidiosa. Oh, ti son amico, ma mi sembrava come se il mio gruppo di lavoro volesse anche il mio sangue, e cadere tutti non è positivo.
-Qualcuno ti ha ferito?
-No, direttamente no, che io sappia, ancora… Sono riuscito a scoprire cosa pensassero di me dallo sguardo e dai saluti dei colleghi, lasciano in giro una quantità di sensazioni che non sò quanto saprò reggere.

La fabbrica (che, insieme al Maestrale, guarda, ancora oggi, verso il mare)

– Papà, guarda cosa mi ha dato la nonna. Il nonno ha lasciato questa lettera per noi, l’ha scritta qualche mese fa, vedi?

– Sì, lei mi aveva confidato di aver avuto in consegna questa lettera.

– Io l’ho già letta, scusami, non ho avuto pazienza. Leggila anche tu, adesso.

– Certo, dammela. Ma vorrei farlo da solo e poi ne parleremo.

– OK, papà, tieni. Io ti aspetterò nello studio.

Giulio resta solo e si siede sul divano. Gli occhi sono ancora arrossati da un pianto liberatore e volutamente privato, giunto subito dopo le esequie. È stanco dopo mesi di intenso lavoro, oppure  passato al capezzale del padre.

Con le mani tremanti, apre la busta e legge: “Caro nipote prediletto e figlio mio adorato, riesco ancora a scrivere ed è per questo che colgo l’occasione per dedicarvi queste poche righe. Non vogliono essere un testamento, a quello ho provveduto tempo fa. Vi scrivo per dirvi che ho sempre ammirato in voi la costanza, l’abnegazione che avete dedicato in questi anni alla fabbrica che avevo fondato quand’ero ancora giovane. Dieci anni or sono, prima tu, Giulio, e poi tu, Michele, avete preso il mio posto, e sapevo che l’avrei lasciata in ottime mani. L’ho voluta lì, dove il Maestrale guardava con me, verso il mare. Nacque con pochi soldi, è vero, ma è cresciuta nel tempo, tra una dose di incoscienza e con tanta fiducia nel mio lavoro e nei miei collaboratori più fidati. Ora, soprattutto grazie a voi e alla vostra capacità di gestione, è diventata una punta di diamante nel settore. Non c’è persona che abbia lavorato lì dentro che io non abbia sentito come un componente della famiglia. Come tale, essa ha avuto periodi floridi, sereni, ma anche periodi di profonda crisi, risolta sempre insieme a tutti loro e voi. So che la mia vita si interromperà a breve. Carlo ha uno sguardo che non mi può mentire, da medico sa bene quale destino mi attende. Sentirete la mia mancanza? Me lo chiedo spesso, in questo periodo. State vicini alla mia  Lisa, per voi buona madre e nonna. Concludo, visto che la stanchezza si fa già sentire, ma vorrei farlo con un messaggio: continuate a lavorare e a crederci. Più che un bene economico, sono sereno perché so che vi lascio un’eredità morale. Quella che ho cercato di trasmettervi considerando il lavoro come valore capace di preservare la dignità umana, e considerare ogni operaio come essere umano e risorsa importante. A voi e a loro andranno le mie preghiere da lassù, se lassù mi vorrà il buon Dio (e lo spero. Anche perché non ho mai sopportato il caldo eccessivo!). Con tutto il mio amore paterno. Antonio

Giulio si asciuga gli occhi e raggiunge il figlio. – Michele, c’è solo un posto dove vorrei andare in questo momento.

– Anche io, papà.

E così, insieme, si recano alla fabbrica che, con il Maestrale, guarda, ancora oggi, verso mare.

Riciclato da: Ernest Hemingway  Il vecchio e il mare

Diventa: Elvira

Era da quasi quarant’anni che lei viveva in quella grande casa. Mancavano quindici giorni e poi l’avrebbe lasciata per sempre.

Un’altra giovanissima governante, che era lì da un mese per imparare da lei, l’avrebbe sostituita. I suoi padroni, ereditieri del nonno notaio, deceduto mesi prima, avevano ritenuto che Elvira fosse troppo avanti negli anni per quel lavoro. Spesso, infatti, faceva fatica a eseguire tutti gli ordini impartiti, come desideravano.

Antonia, la futura governante, la osservava, con sguardo attento, andare e venire lungo i corridoi e stanze dell’antica casa padronale. Tutto, ormai, di quei movimenti stanchi, pareva “la bandiera di una sconfitta perenne”.

Elvira era esile, scarna; il collo, segnato da rughe profonde, ma affusolato dalla sua antica bellezza, non era stato piegato del tutto dagli anni. Sul suo viso era presente il pallore di un’esistenza chiusa e, in parte, trascorsa nella solitudine della sua stanzetta vicino alle cantine, in attesa di ordini,oppure di un sonno notturno che tardava sempre ad arrivare.

Le mani, leggermente disidratate, erano mani che avevano faticato all’ombra di una lacrima, o di un sorriso.

Nessun gesto “era di ieri”; ma essi parevano, di esperienza,  battaglie e conquiste incastonate nel suo intimo, quanto le pietre preziose in un gioiello.

Gli occhi avevano il colore bruno della sua terra d’origine, lontana come i suoi ricordi seppiati di bianco e nero.

– Elvira, – le disse la giovane governante, mentre imparava a disporre in modo corretto le tazzine da tè sul vassoio d’argento – potresti chiedere ai padroni di poter vivere ancora in questa casa. Da te, io avrei sempre da imparare…

Riciclato da: Ellery Queen Cala la tela

Era una scarpa curiosa, una scarpa non ortodossa, quasi umoristica. Sagomata lungo il piede, scivolava avvolgente lungo la pianta. Nella compiuta armonia di tacco e punta c’era qualcosa di volgare e di estremamente dignitosa al tempo stesso, quasi appartenesse alla Nike di Samotracia, antesignano esempio di gnocca senza testa.

Ma a catturare l’attenzione dell’esterrefatto osservatore non era la prepotente bellezza di quel rosso lucido o l’altezza sprezzante di quel tacco.

L’autentica meraviglia era la misura.

Era un’originale Marc jacobs di taglia 46,ammiccante nella sua grandezza impudica.

Si era forse gonfiata sotto il peso di un temporale novembrino? Oppure la sua proprietaria l’aveva distesa con un matterello da pasticcere in tutta la sua inquietante lunghezza? Una simile scarpa olimpica poteva avere avuto senza dubbio dei natali meno fantasiosi. Era una scarpa da Guinness dei primati che meritava di essere conservata in un museo per gli occhi ammirati della posterità.

Domenico Gabbana, un tempo sedicente latin lover e ora impegnato a placare il suo, nemmeno troppo latente, animo femminile, dopo vent’anni di creativa e gaia attività si riteneva vaccinato contro le sorprese del genere umano. Tuttavia anche lui rimase dapprima inorridito e subito dopo morbosamente affascinato da quella sorprendente piattaforma alla fine della caviglia della supermodel che calcava la passerella avversaria quel venerdì. Nella memoria dello stilista non esistevano precedenti di un simile assemblaggio di arti su un corpo così esile e delicato.

Di conseguenza Domenico continuò a fissare quella barca travestita da scarpa come se non riuscisse mai a saziare gli occhi.

Ricordare è difficile. Lo penso ogni volta che mia nonna racconta qualcosa del suo passato. Piange ogni singola volta. Quando arrivi a 87 anni,  ricordare diventa difficile e doloroso ma imprescindibile. Quando sei vecchio ricordare è l’unica cosa che ti rimane. Ed è l’unica cosa che rimane di te agli altri.

Mi piace ascoltare mia nonna che ricorda. Inizia sempre dicendo – te l’ho mai raccontato di  quella volta…. –  e io le rispondo, inscenando il mio solito teatrino –  nonna me l’hai già raccontato un milione di volte, ormai lo so a memoria- per poi lasciarla libera di ripercorrere con la mente e con le parole quei visi, quelle strade, quelle chiese. Li so a memoria. Quei ricordi non sono più soltanto suoi ma appartengono anche a me adesso. Sono anche la mia memoria.

Mia nonna racconta delle storie divertenti, di quando era bambina e la cosa buffa è che lo fa con la stessa identica ingenuità di allora. E dopo piange sempre.

Come quando mi racconta di quando con la sua amica Assuntina andava a raccogliere i fichi al terreno. Dopo li mettevano dentro due cesti grandi che posavano sulla testa per tornare  casa. Mi raccontava sempre che i fichi non facevano mai in tempo ad arrivare a casa perché tutti i ragazzini che incontravano lungo strada ne volevano assaggiare. Loro due non sapevano mai dire di no, con il risultato che uscivano di casa con il cesto vuoto e rientravano a casa con il cesto vuoto.

Un giorno decisero che non avrebbero dato i fichi a nessuno rientrando a casa. Dovevano essere risolute. Lungo il cammino incontrarono Luisa la figlia di comari Letizia. E quando lei chiese se poteva avere due fichi loro risposero, mentendo,  che non c’erano fichi nella pianta e che questa volta erano state sfortunate. Luisa andò via triste ma convinta. Fu allora che mia nonna e Assuntina si guardarono e si scambiarono un sorriso per la riuscita messinscena . Ma, improvvisamente,  complice una leggera perdita di equilibrio di Assuntina, i due cesti sulle loro teste si scontrarono e tutti i fichi caddero a terra. “ Marì, disse Luisa, sono piovuti dal cielo i fichi oggi? “ e scoppiarono tutt’ e tre a ridere.

E mia nonna, quando arriva a questo punto del racconto, scoppia sempre a piangere.

Perché la bugia dei fichi non era solo una marachella da ragazzine. In quei fichi impolverati c’è tutta la storia di mia nonna, tutto il suo passato. In quei fichi c’era l’azione cattolica, l’unico momento di socializzazione concesso a mia nonna. C’era la guerra che le aveva portato via il padre e che le impediva di vivere una vita normale, di uscire di casa perché, a detta di sua madre, era una vergogna farsi vedere in giro quando  il padre era in guerra. Dentro quei fichi c’era la guerra che quel padre non glielo avrebbe mai restituito e non per la morte ma per amore, perché se n’era rimasto a Parigi quando la guerra era finita, con un’altra donna a farsi una nuova famiglia.

C’era Mussolini dentro quei fichi, c’era l’asse Roma Berlino, c’era la repubblica di Salò.

Mia nonna quando racconta la sua infanzia piange sempre. Un po’ per nostalgia, un po’ per rabbia, un po’ per dolore e in fondo in fondo, io lo so, piange anche un po’ per gioia.

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