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Il peggior libro letto “Elenco telefonico”.
È inutile sottolineare come qualunque libro sia, innanzitutto un oggetto. Nel caso de “Elenco telefonico” le dimensioni, la qualità della carta e la rilegatura sono veramente orribili.
Entrando nel dettaglio dei contenuti, si deve rilevare come, a fronte di una lunghissima lista di personaggi, sia veramente difficile individuare una pur minima presenza di trama. Il filo conduttore sembra dato dall’autore nella sequenza alfabetica della comparsa dei personaggi.
L’unico punto di forza è dato dalla singolarità di alcuni nomi. Tra questi spiccano certamente:
BRACCO, Ubaldo, via d’Annunzio IMPERIA
GATTI, Silvestro, via del Bosco TREVIGLIO
PANTERA, Rosa, via Diaz SOMMA CAMPANA
Altro aspetto positivo è stato quello di poter finalmente trovare un idraulico per il lavello della cucina.
Il miglior libro letto “I sommersi e i salvati”, Primo Levi ed. Einaudi
Il libro rappresenta il ritorno dell’autore nei luoghi drammatici della sua formazione di uomo, di narratore e di intellettuale. In realtà l’autore accompagna noi lettori in quei luoghi mostrandoli, non come luoghi fisici, ma come luoghi in cui tutti noi siamo passati o abbiamo fatto passare altri esseri umani.
I semplici titoli dei capitoli sono sufficienti a definire gli spazi in cui ognuno di noi è passato.
La memoria dell’offesa; La zona grigia; La vergogna; Comunicare; Violenza inutile sono cinque degli otto capitoli che portano il lettore a ripensarsi costantemente. È difficile non vedersi almeno una volta dalla parte degli aguzzini. È impossibile non vedere in quegli eventi la rappresentazione di ciò che, in scala forse minore, abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. Primo Levi svela il meccanismo, quello che sta sotto agli eventi, ci toglie ogni alibi: non si può non vedere, non si può non capire.
È difficile trovare elementi negativi in questo libro.
Forse l’unico difetto, che è però anche il suo punto di forza, è quello di parlare molto alla razionalità dell’uomo, nella speranza che il pensiero sappia trasformarsi in sentimenti e azioni.
Il più bello
Il libro più bello della mia vita è “Twilight”. Brillante romanzo d’esordio di Stephenie Meyer, “Twilight” inizia con il trasferimento della protagonista, l’adolescente Bella Swan, che narra in prima persona, dalla desertica Phoenix, in cui vive la madre assieme al suo compagno giocatore di baseball, alla piovosa Forks, dove invece vive il padre sceriffo, e racconta l’irresistibile attrazione della ragazza per un suo misterioso compagno di scuola, Edward Cullen. Tra i due si sviluppa una bellissima storia d’amore nonostante Bella scopra presto che lui è un vampiro. La loro relazione, apparentemente impossibile, mette in pericolo la giovane. Più che horror o storia sui vampiri, “Twilight” è un romanzo di formazione, in cui a prevalere è l’aspetto romantico e fantastico. E’ un libro semplice, scorrevole, immediato, che si legge tutto d’un fiato, ideale per romantici senza speranza.
Il lato più criticabile di questo romanzo è che sicuramente scontenta gli appassionati di vampiri più tradizionali, quelli paurosi e dannati, qui infatti non ci sono canini aguzzi, occhi spiritati e sangue che cola, in “Twilight” i vampiri sono bellissimi, perfetti, inappuntabili, e prevalentemente buoni visto che la famiglia di Edward e lui stesso hanno rinunciato a nutrirsi di sangue umano per non essere costretti ad uccidere limitandosi a bere quello degli animali. Altri aspetti poco riusciti sono alcune imprecisioni e contraddizioni, quali il fatto che un poliziotto come il padre di Bella non si renda per nulla conto di quel che succede alla figlia.
Non un libro perfetto ma comunque di successo e forse destinato a durare.
Il più brutto
Il libro più brutto della mia vita è “Pastori di renne”. Il romanzo parla di un ragazzo che a causa di un incidente precipita in Lapponia, e che così ha modo di conoscere la vita e la civiltà di coloro che abitano quelle terre. Più che brutto è qualcosa di ancora peggio: è noioso. Certo, è alquanto difficile apprezzare un libro che si è obbligati a leggere alle medie, o può essere pure che le vicende che vi si narrano non sono per nulla interessanti, di sicuro è che si ricorda poco di esso, un’altra nota di demerito, e non invoglia per nulla alla lettura. Non si riesce proprio a capire perché gli insegnanti lo facessero leggere invece di proporre i romanzi di Jack London o di Salgari o di Stevenson, o “Piccole donne”, o quelli di Dickens dagli intenti sociali, o “I tre moschettieri” o “Il diario di Anna Frank”. E’ stato un non riuscito tentativo di avvicinare alla letteratura.
Il lato più bello di questo libro è quello di far conoscere una civiltà diversa dalla nostra e di farlo attraverso lo sguardo di un ragazzo così che anche i giovani che leggono il libro possano identificarsi in lui. Il libro, infatti, faceva parte di una collana che proponeva autori moderni e contemporanei particolarmente adatti al pubblico giovanile. Il romanzo affronta un problema interessante, l’inserimento nel mondo primitivo dei pastori lapponi di un ragazzo che viene dal mondo cosidetto civilizzato. In questo suo viaggio il protagonista scopre la vera essenza della civiltà, che non si identifica col progresso umano ma nasce dallo spirito della gente, dovunque essa viva, sia nella metropoli che nella terribile tundra artica.

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