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Riciclato da       A. C. Doyle Il segno dei quattro

Diventa             Spongebob Holmes

Spongebob prese il flacone dalla mensola del camino e la siringa ipodermica dall’astuccio di cuoio marocchino. Applicò il sottile ago con un gesto nervoso delle sue minute dita giallastre e poi si arrotolò la manica sinistra della camicia (gesto inutile date le maniche corte). Si soffermò un istante con lo sguardo sull’avambraccio e sul polso spugnosi tempestati di innumerevoli segni di punture, irriconoscibili in quella pelle tutta forellata già di suo. Inserì l’ago nella vena, fece pressione sul minuscolo pistone e con un lungo sospiro di sollievo si lasciò andare nella poltrona rivestita di velluto d’alga.

Assistevo a questa cerimonia tre volte al giorno, da molti mesi, e non riuscivo ancora ad accettarla. Al contrario, la scena mi irritava ogni volta di più, tanto che per la stizza mi sarei volentieri mangiato tutte le dita, se mai le avessi avute. Ogni volta giuravo a me stesso di affrontare l’argomento, ma c’era nell’atteggiamento distaccato e noncurante del mio amico qualcosa che lo rendeva l’ultima persona con cui arrischiare interventi indiscreti. Le sue straordinarie facoltà, l’atteggiamento imperioso che gli era naturale, ciò che ormai sapevo delle sue molte e grandi qualità, mi inducevano ad andar cauto nel contraddirlo. Per di più ora era fuori come un barbagianni, doppiamente pericoloso.

Quel pomeriggio, tuttavia – forse per la gazzosa bevuta a colazione o per l’esasperazione che mi procurava l’estrema disinvoltura del suo comportamento – sentii all’improvviso di non potermi più trattenere. «Di che si tratta oggi?» sbottai, «Morfina o cocaina?». Sollevò uno sguardo languido dal vecchio fumetto di Lady Oscar che aveva aperto.

«Lacca per capelli», rispose. «Una soluzione al duecento per cento. Vuoi provare anche tu, Patrick?»

«Uff, era ora che me lo chiedessi, Sponge.»

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