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Mi ricordo mia bisnonna, ma quando è morta io non ero ancora nato, come mai me la ricordo?

Mi ricordo il primo sogno, un maiale che mi riempie la culla di sabbia. Mi ricorda Giuliano Ferrara.

Mi ricordo mia madre, come era magra in confronto.

Mi ricordo il primo giorno di messa, mi ricordo che già non mi piaceva.

Mi ricordo la prima volta che ho bestemmiato, mia madre mi ha dato un o schiaffo, ma non è servito a niente.

Mi ricordo il vicino di casa che mi prendeva in giro, mi ricordo quando ho visto il suo cadavere.

Mi ricordo mio nonno che è morto soffrendo, non volevo vedere il suo cadavere.

Mi ricordo le pubblicità alla televisione: la fabbrica dei mostri, la fabbrica dei gioielli, la fabbrica del gelato, la fabbrica della fiat.

Mi ricordo la televisione: non la vedevo bene.

Mi ricordo che dopo sono andato dall’oculista e la vedevo bene.

Mi ricordo il mio maestro di matematica, lui rideva, ridevo anche io. Poi lanciava minuscoli pezzetti di piorrea dalla bocca: mi ricordo che poi non ridevo più.

Mi ricordo anche il nome del maestro di matematica, ma adesso non lo ricordo più. Però mi ricordo che tutte le parole che finivano con REA gli si appiccicavano. Seborrea, rinorrea, piorrea, diarrea…

 

Io ho sempre mal di ventre. Devi andare da dottor Pillona Dice mamma. Adesso andare alle poste o andare dal dottore è uguale dice mamma, è come entrare in una valle di lacrime e io non ci voglio entrare, anche se ho sempre mal di ventre. È come entrare in un lamentatoio dice mamma, bla bla bla, gente che dice e dice, e ne dice di cose. Chi non vuole fare la fila, chi si mangia l’anima, chi la vuole sapere più lunga degli altri.

Io faccio il tifo per la vita, e per quelli che non si lamentano.

Io dico sempre: vi lamentate tanto? La prossima volta andate a votare. Io ho sempre mal di ventre, ma non voglio entrare in quella valle di lacrime.

Io faccio il tifo per la vita.

Prima andavo sempre in chiesa perché me lo diceva mamma. Aspettavo sempre che qualcheduno parlasse quando Don Pillona diceva: E di soltanto una parola ed io sarà salvato. Ma nessuno diceva una parola.

Poi adesso non vado più in chiesa, perché io faccio il tifo per la vita, Dio invece, sembra proprio uno che fa il tifo per la morte.

 

Edgar Allan Pau

 

Era l’ultimo dei suoi giorni penosi.

Teresa Boccipobiddu se ne stava china sotto il peso della gobba, storpia a forza di vento. L’avevano vista tempo prima defecare sulle tombe dei neonati Teresa Boccipobiddu. Tra cipressi ammuffiti e funghi velenosi, tra pietre sgrigliolanti e croci spezzate.

Il cielo spezzato di su, le tombe spezzate di giù.

Sotto la terra poi, vermi e tzitzigorri, aspettano di farti sentire il dolore della decomposizione.

Era l’ultimo dei suoi giorni penosi, e lo sapeva Teresa Boccipobiddu: già la sentiva la sentenza della morte: hai ucciso tuo marito, brucerai all’inferno e ne sentirai ogni tizzone ardente.

Tra cipressi ammuffiti e funghi velenosi, tra pietre sgrigliolanti e croci spezzate, aspettava nell’ultimo dei suoi giorni, Teresa Boccipobiddu.

L’attesa dell’inferno era già un’inferno, e il sole nero era il buco della serratura da cui poterlo sbirciare.

Teresa boccipobiddu c’aveva la pelle stirata come la pelle dei cani con la pelle stirata, la bocca era più che altro uno squarcio sul viso. Due occhi bianchi e orbi.

Era l’ultimo dei suoi giorni penosi.

Solamente quando il sole nero dell’inferno scese dietro il Portogallo, solamente allora, lui o lei, essere senza forma, che doveva essere la morte o il demonio, giunse a prendersela.

Non portava falce o spada, ma dita lunghe e retrattili come un uccello del malaugurio, per annunciare la fine.

Teresa Boccipobiddu piangeva, rattrappita piangeva,

“Perché ci hai messo così tanto, cagna di una morte, perché?” chiese tra una lacrima e l’altra.

“Perché ci hai messo così tanto?”

E quell’essere rispose:

“Prima dovevo uccidere il tempo.”

Suona la sveglia. Allungo il braccio, freddo. Suona l’arpa delle batterie scariche, la sveglia.

Il letto, freddo. Ecco, lei m’ha lasciato. Come potevo spiegarle che anche quando dormo sto lavorando?

 

Mi alzo e batto la testa contro il legno del pavimento, mi alzo al contrario. Sento che si tratta di una giornata speciale.

Accendo il compiuter, da i numeri. Spengo il compiuter ma apro la finestra. Lancio il compiuter di sotto: sette piani, è incredibile, come prende l’aria lui. Si distrugge in centomila pezzetti. Da sotto qualcheduno urla. Paura. Mi affaccio alla finestra e segno due parentesi nell’aria come a dire “ti faccio un culo così!”

Esco, “Camicia pallida!” mi dice un ciccione, “attento con il compiuter!”, lui non sa che è la mia giornata speciale. Sotto i portici è la mia giornata speciale, tiro due pugni al ciccione, sul mento, sembra fatto di carta, appunto: lo riduco in mille pezzettini.

Attraverso la strada, verso i portici. La fanciulla francese segue il mio bicipite. Cade e si storpia, batte la testa e va in arresto cardiaco. Mi precipito e inizio un potente massaggio sullo sterno. Duemila colpi vibrati bene. La fanciulla francese si sveglia e dice: “Mon Amour!” è la mia giornata speciale e sono il suo amour.

La carico sui bicipiti, mentre il sole annulla come ogni giorno il giorno. Giornata veloce, giornata speciale. Andiamo a cena fuori, nel ristorante hanno paura dei miei occhi, sanno che non scherzo, mi danno il tavolo migliore. Bistecca e insalata, ottimo taglio. Beviamo sette litri di cannonau maturo. Uno lei, sei io.

Ma è tardi, torniamo a casa, vogliamo dormire, insieme. E dormiamo insieme, e lasciamo le finestre aperte per far entrare i pipistrelli. Che entrino pure, dovranno combattere.

Dormiamo.

 

Suona la sveglia, Allungo il braccio, freddo. Suona l’arpa delle batterie scariche, la sveglia.

Volto lo sguardo e cerco il mio computer, è ancora lì, sfavillante.

Era un sogno, forse, soltanto un sogno.

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