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Noi esseri umani parliamo, comunichiamo, dialoghiamo; spesso però non ci
ascoltiamo e non ci ascoltano, non ci capiamo, quindi ci arrestano, ci
arrestiamo e ci restiamo male.
Ultimamente ho conosciuto più cani che umani e sento di assomigliargli o
meglio, vorrei essere come loro.
Io cane Maya: mi sveglio, quando voglio e se voglio mi riaddormento subito.
Faccio sport, footing, ogni volta che dò zampate alla porta, o mi avvicino al
guinzaglio, che è una seccatura, mi schiaccia un pò i polmoni, ma il mio
intuito da cane mi dice che senza andrei sotto a qualche grosso essere con
quattro ruote che ci sono per le strade più degli esseri simili al mio amico-
padrone.
Mentre corro, salto, mordicchio l’erba che mi piace molto e mi fà bene, ne
approfitto per far qualche bisogno fisiologico perchè il mio amico-padrone mi ha fatto capire che non apprezza che glie la faccia nel suo territorio. Se non avessi l’amico-padrone la farei proprio ovunque senza problemi, ma sarei un randagio, avrei meno lussi, dovrei cercarmi da mangiare, un luogo dove dormire, non avrei nessuno che ti gratta là dove non arrivo con la zampa, ma sarei libera.
Una vita da cani è una bella vita, soprattutto se con gli amici-umani;
quella da randagi un pò meno:  siamo liberi specialmente di avere il nostro
apparato riproduttivo intatto,  ma saremo anche liberi di morire prima e vivere di stenti.

Un uomo arriva in ritardo all’appuntamento con una donna

Eddy si risveglia al buio della sua stanza in affitto, il mese è quello del letargo , in cui non lavora e si prende tutti quegli svaghi che durante il periodo estivo, paradossalmente, non si può prendere. E’ un risveglio, definito più  volte da lui, da operaio d’impresa edile, in quanto ha dei mattoni in testa di cemento armato.

Questo gli impedisce di avere qualsiasi altro pensiero o ricordo diverso da caffè e acqua.

Mentre si accinge alla somministrazione della droga marrone si accendono le sinapsi sotto forma di lampo e di genio che  accende un lampione: è notte. Guarda per la prima volta l’ora dal suo modernissimo cellulare; sono le 20. A questo punto inizia ad irrigidire i  muscoli, digrignare i denti ed ad imbronciare il viso e sopracciglie col tentativo di sfregarle per far uscire le scintille e mettersi in moto; no, niente da fare.

Si ricorda solo che ha un appuntamento , ma né con chi né a che ora ma soprattutto non si ricorda perchè ha dei blocchett in testa, quelli da alcol e droghe pesanti.

Seconda tazza di droga marrone e litro e mezzo d’ acqua.

Qualche ricordo riaffiora; si ricorda delle discussion accese avute in un night club, con delle signorine che secondo lui non ap prezzano il senso della vita.

Si accorge di aver il viso un pò irritato, si guarda allo specchio e si trova dei graffi da unghie, il desiderio di conoscere il motivo di tale sfregio inizia a sopraffare il mal di testa mattonato.

Terza tazza e litro e mezzo di acqua, ed il contrasto amaro neutro gli fanno esclamare davanti ad una teiera, a voce alta citando lo stile da scienziato pazzo:

” se il genio non esce dalla lampada, allora la lampadina esce dal genio”

Esclamato ciò, ragiona e se ne fà una ragione, arriva alla saggia decisione di tornare a letto rassicurandosi dicendosi” Tanto l’appuntamento non sarà di sicuro di lavoro, sarà o con un amico o con una tipa; il primo capirà e la seconda può essere solo Sandy, e se l’ho paccata tanto meglio così sarà la fine  del nostro tormentato, paranoico ed inquieto rapporto: t***a s*****a”.

Prima di tornare a letto decide  di prendersi qualche birra dal frigo ed un ghiacciolo dal freezer, dal primo viene rinfrescato, dall’apertura del secondo ci rimase di ghiaccio nel trovarci la testa di Sandy.

Riciclato da   Thomas Harris  Il delitto della prima luna

Diventa         Il conflitto delle due scarpe

William Garau fece sedere Crovi al tavolo da “steccaggio” tra la casa e la
riva del mare, e gli posò davanti una bottiglia di birra ichnusa ghiacciata.
Giacomo Crovi guardò la tetra vecchia casa di legno sbiancato dal sale, al
riparo dalla luce e da qualsiasi occhio indiscreto.
- Avrei dovuto venire a trovarti a Maracalagonis quando smontavi dal lavoro – disse- qui non ti andrà di parlarne.
- Non mi và di parlarne in nessun posto, Giacomo. Sei tu che devi parlare quindi ayò! Basta che non mi faccia vedere le facce. Se ti sei portato le foto dietro, lasciale nella borsa… Monica e Walter dovrebbero tornare da un momento all’altro.
-Quanto ne sai?
-Sò quello che c’era scritto su L’Unione Sarda e sul Giornale di Sardegna – disse Garau -due famiglie sbiccate nelle loro case a un mese di distanza l’una dall’altra. A S. Michele e a Santa. Le circostanze erano simili.
-Non simili identiche, tante piccole soffiate hanno creato tanti indizi ed una prova definitiva.
-Quante confessioni fino ad ora?
-Quando ho telefonato in redazione , oggi pomeriggio erano ottantasei, l’anno della mia nascita- rispose Crovi.
-Infami, bugoni! Nessuno conosceva i particolari. Una di quelle famiglie
faceva buoni prezzi, dava dei bei pezzi e i soldi gli servivano per dar da
mangiare al nuovo bimbo, l’ottavo. Nessuno di quegli ottantasei sapeva, spioni di m***a!! Sei riuscito a non far finire qualche bugata al tuo giornale?
-E’ difficile, carissimo il mio biondo col bene che ti voglio, posso fare ben poco. Porto scarpe numero quarantacinque, è difficile trovarne di altri che mi stiano per mettere il mio piede anche in quelle. Hai capito cosa intendo? Sarebbe come sdraiarmi nelle rotaia ferroviaria, prima o poi il treno passa. Niente è impossibile , ma posso solo minimizzare qualche notizia che ti riguarda.
-Questo però con la stampa l’hai fatto?
-Ma con le bugie non ci sò fare troppo – proseguì Crovi. – L’ultima volta che ti ho difeso ho avuto una sensazione curiosa e fastidiosa. Oh, ti son amico, ma mi sembrava come se il mio gruppo di lavoro volesse anche il mio sangue, e cadere tutti non è positivo.
-Qualcuno ti ha ferito?
-No, direttamente no, che io sappia, ancora… Sono riuscito a scoprire cosa pensassero di me dallo sguardo e dai saluti dei colleghi, lasciano in giro una quantità di sensazioni che non sò quanto saprò reggere.

La prima volta che lo vidi pensai  “C***o questo qui mi mangia volendo” un orco, un incrocio tra G.Max e Bassi Maestro, due rapper per chi non li conoscesse come lui che tra l’altro dopo ho scoperto che odiava il rap dicendo che erano tutti ignoranti(lui ascoltava il Metal anche Black) e si dissociava dal mio paragone.
Comunque a me la somiglianza sembrava evidente soprattutto con G.Max data la struttura da orco.
Sembrava che avesse appena mangiato maialetto, ma uno intero.
Dopo poco tempo lo cominciai a chiamare Porco data anche la sua forte
propensione alla bestemmia.
Aveva anche lo sguardo di chi avesse appena fumato un cannone da 5 grammi, ma scoprì più tardi che odiava anche quello mentre si ciucciava bastoncini di cancro a pacchetti.
Li chiamava “drogati, indolenti”. Una volta aveva provato a fumare uno
spinello e di notte aveva sognato Dragon Ball, mah…
Sicuramente di notte non faceva dormire nè tantomeno sognare me poichè non è che russasse ma usciva col motocross.
Da giovane era molto più snello ma sempre uno sguardo da fattone aveva. Era uno sregolato, esagerato, disordinato,  nelle idee quanto nel pelo che gli ricopriva la scatola che le contiene, passando da uno stile marines ad uno propriamente metal a suo dire.
Un iperbole vivente in una parabola ascendente, per questo un pò di balle le sparava ma anche perchè nutrito, e il termine non è a caso, dalla sua ambizione. Infatti si sentiva alto, ma non lo era molto più di me, diciamo che guardava in alto verso le stelle, convinto che un giorno una l’avrebbe concquistata.

E’ il 1994, in giro, per le strade, c’è un’aria che per la prima volta
percepisco.
Tutti sono in bilico tra la felicità, la tensione e la speranza.
Io sò che verso l’ora di pranzo ci sarà l’estremo atto di ciò che a tutti dà
queste sensazioni.

Prima però mi dedico al mio gioco preferito, la guerra vegetale. Raccolgo: rami, radici, frutti, piante intere, foglie( le mie preferite son
quelle di piante grasse perchè  più adatte in caso di ferita,  in quanto perdono del liquido trasparente, per me rosso sangue).

Quel giorno, nel mio magico giardino, trovo delle bacche, ma non tante, quattro o cinque, ma non riesco a farci due eserciti, non riesco a trovare i leader, non riesco a combattere anzi a farle combattere.
Mi vedo costretto ad usarli come proiettili, proiettili che io utilizzerò per sparare alle nuvole, quelle poche che ci sono; perchè la giornata è splendida, quindi non avrei neanche il desiderio di scacciare il mal tempo.
Insomma, non c’è pioggia, non c’è goccia, non c’è vaso ma io strabocco di gioia ed ho deciso di combattere; di uccidere la noia, o semplicemente di creare una simulazione di guerra forse per allontanare la vera guerra che ancora non conosco.

Parte il fuoco, con la mia fionda mitragliatrice, che però spara una bacca alla volta. Sparo sù, sparo giù, sparo a destra e a sinistra c’è la finestra di casa di
mia nonna, la rompo( è lì che ho scoperto che le bacche, pur leggere, riescono a rompere i vetri, o almeno quelli delle finestre di casa di mia nonna).

Io, da buon cecchino, mi nascondo, non sono là, non esisto.
Nessuno dovrà sapere mai (e mai hanno saputo) che fui io a rompere quella finestra.
Mai scelta fù più giusta: poichè quel giorno verso l’ora di pranzo, l’italia perse ai rigori ed io, piccolo soldatino di otto anni, sarei potuto essere abbattuto come capro espiatorio.

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