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Il più bello

Il libro più bello della mia vita è “Twilight”. Brillante romanzo d’esordio di Stephenie Meyer, “Twilight” inizia con il trasferimento della protagonista, l’adolescente Bella Swan, che narra in prima persona, dalla desertica Phoenix, in cui vive la madre assieme al suo compagno giocatore di baseball, alla piovosa Forks, dove invece vive il padre sceriffo, e racconta l’irresistibile attrazione della ragazza per un suo misterioso compagno di scuola, Edward Cullen. Tra i due si sviluppa una bellissima storia d’amore nonostante Bella scopra presto che lui è un vampiro. La loro relazione, apparentemente impossibile, mette in pericolo la giovane. Più che horror o storia sui vampiri, “Twilight” è un romanzo di formazione, in cui a prevalere è l’aspetto romantico e fantastico. E’ un libro semplice, scorrevole, immediato, che si legge tutto d’un fiato, ideale per romantici senza speranza.

Il lato più criticabile di questo romanzo è che sicuramente scontenta gli appassionati di vampiri più tradizionali, quelli paurosi e dannati, qui infatti non ci sono canini aguzzi, occhi spiritati e sangue che cola, in “Twilight” i vampiri sono bellissimi, perfetti, inappuntabili, e prevalentemente buoni visto che la famiglia di Edward e lui stesso hanno rinunciato a nutrirsi di sangue umano per non essere costretti ad uccidere limitandosi a bere quello degli animali. Altri aspetti poco riusciti sono alcune imprecisioni e contraddizioni, quali il fatto che un poliziotto come il padre di Bella non si renda per nulla conto di quel che succede alla figlia.

Non un libro perfetto ma comunque di successo e forse destinato a durare.

Il più brutto

Il libro più brutto della mia vita è “Pastori di renne”. Il romanzo parla di un ragazzo che a causa di un incidente precipita in Lapponia, e che così ha modo di conoscere la vita e la civiltà di coloro che abitano quelle terre. Più che brutto è qualcosa di ancora peggio: è noioso. Certo, è alquanto difficile apprezzare un libro che si è obbligati a leggere alle medie, o può essere pure che le vicende che vi si narrano non sono per nulla interessanti, di sicuro è che si ricorda poco di esso, un’altra nota di demerito, e non invoglia per nulla alla lettura. Non si riesce proprio a capire perché gli insegnanti lo facessero leggere invece di proporre i romanzi di Jack London o di Salgari o di Stevenson, o “Piccole donne”, o quelli di Dickens dagli intenti sociali, o “I tre moschettieri” o “Il diario di Anna Frank”. E’ stato un non riuscito tentativo di avvicinare alla letteratura.

Il lato più bello di questo libro è quello di far conoscere una civiltà diversa dalla nostra e di farlo attraverso lo sguardo di un ragazzo così che anche i giovani che leggono il libro possano identificarsi in lui. Il libro, infatti, faceva parte di una collana che proponeva autori moderni e contemporanei particolarmente adatti al pubblico giovanile. Il romanzo affronta un problema interessante, l’inserimento nel mondo primitivo dei pastori lapponi di un ragazzo che viene dal mondo cosidetto civilizzato. In questo suo viaggio il protagonista scopre la vera essenza della civiltà, che non si identifica col progresso umano ma nasce dallo spirito della gente, dovunque essa viva, sia nella metropoli che nella terribile tundra artica.

La drosophila

Ciao, mi chiamo drosophila melanogaster. Eh, lo so che è un nome un po’ difficile ma non l’ho scelto io, me l’hanno dato quegli strani esseri umani che si chiamano scienziati, ma voi potete chiamarmi semplicemente moscerino della frutta.

Io sono una mosca molto molto brava, che vive tranquilla e non fa male a nessuno, così mi chiedo perché gli scienziati ce l’hanno tanto con me e con le mie simili; chissà, forse è perché noi abbiamo dei cromosomi (credo che si chiamino così) veramente grandi.

Dovete sapere che moltissime mosche come me sono state allevate e rinchiuse nei laboratori per studiarle, su di noi gli umani hanno fatto un sacco di esperimenti, ma tanti tanti tanti, ci hanno persino scambiato le parti del corpo facendo finire il sederino al posto della testa e la testa al posto del sederino, oppure le zampe al posto delle ali: mi dite come posso volare con le zampe?

La cosa che mi fa più arrabbiare è che neanche quegli strani esseri umani che si definiscono animalisti sembrano difenderci. Uffa, quando sfilano e mostrano i loro cartelli ecologici, non ci sono mai le immagini di noi insetti! E’ facile commuoversi davanti al simpatico musetto di un piccolo micio o davanti ai teneri occhioni di un cagnolino, invece gli umani per noi non spendono una lacrima. Siamo considerate fastidiose, siamo sempre scacciate e schiacciate. Non è giusto!

Invece anche noi siamo utili e abbiamo il nostro compito in Natura!

Vorrei proprio sapere se un giorno l’animale uomo diventerà più attento nei nostri confronti. Per il momento saluto e vi prego, signori uomini, non uccidetemi!

Chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo. Non potrebbe essere più vero.

Per quanto ci sia il Giorno della Memoria, anzi più di uno, sembra che la lezione della storia non sia stata imparata. Non solo continuano a nascere assurde gang che idolatrano Hitler e negano l’Olocausto, o partiti fondati sulla paura, più o meno motivata, dell’estraneo, ma si giustificano atti a dir poco inquietanti.

Si teorizza di legalizzare l’eutanasia e lo si fa apparentemente per motivi “umanitari”, perché chi è malato o invalido non soffra più, così come avevano già fatto proprio i nazisti. Si scelgono e selezionano gli embrioni umani eliminando i portatori di tare genetiche in nome di una libertà individuale dominatrice e prepotente, preda dell’illusione di poter controllare la vita e la sua imponderabilità. Nessuno marcia per queste creature che non hanno chiesto di essere fatte, nessuno alza cartelli, nessuno protesta, tutto avviene nell’indifferenza dei più e nel silenzio gelido di qualche ospedale.

Qualcosa è cambiato, non è più il partito o la razza o chi è al potere a decidere, ora è il singolo, ma chi dice che questo renda in qualche modo queste scelte giuste e condivisibili?

Queste tristi constatazioni non implicano che dobbiamo arrenderci per forza all’ineluttabile. Rammentare, ricordare è un baluardo, un argine, al dilagare di tutte le violenze, piccole e grandi, visibili e meno visibili, che dilaniano questo mondo.

Perciò il mondo non deve dimenticare. E neanche noi dobbiamo.

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