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La fabbrica (che, insieme al Maestrale, guarda, ancora oggi, verso il mare)
– Papà, guarda cosa mi ha dato la nonna. Il nonno ha lasciato questa lettera per noi, l’ha scritta qualche mese fa, vedi?
– Sì, lei mi aveva confidato di aver avuto in consegna questa lettera.
– Io l’ho già letta, scusami, non ho avuto pazienza. Leggila anche tu, adesso.
– Certo, dammela. Ma vorrei farlo da solo e poi ne parleremo.
– OK, papà, tieni. Io ti aspetterò nello studio.
Giulio resta solo e si siede sul divano. Gli occhi sono ancora arrossati da un pianto liberatore e volutamente privato, giunto subito dopo le esequie. È stanco dopo mesi di intenso lavoro, oppure passato al capezzale del padre.
Con le mani tremanti, apre la busta e legge: “Caro nipote prediletto e figlio mio adorato, riesco ancora a scrivere ed è per questo che colgo l’occasione per dedicarvi queste poche righe. Non vogliono essere un testamento, a quello ho provveduto tempo fa. Vi scrivo per dirvi che ho sempre ammirato in voi la costanza, l’abnegazione che avete dedicato in questi anni alla fabbrica che avevo fondato quand’ero ancora giovane. Dieci anni or sono, prima tu, Giulio, e poi tu, Michele, avete preso il mio posto, e sapevo che l’avrei lasciata in ottime mani. L’ho voluta lì, dove il Maestrale guardava con me, verso il mare. Nacque con pochi soldi, è vero, ma è cresciuta nel tempo, tra una dose di incoscienza e con tanta fiducia nel mio lavoro e nei miei collaboratori più fidati. Ora, soprattutto grazie a voi e alla vostra capacità di gestione, è diventata una punta di diamante nel settore. Non c’è persona che abbia lavorato lì dentro che io non abbia sentito come un componente della famiglia. Come tale, essa ha avuto periodi floridi, sereni, ma anche periodi di profonda crisi, risolta sempre insieme a tutti loro e voi. So che la mia vita si interromperà a breve. Carlo ha uno sguardo che non mi può mentire, da medico sa bene quale destino mi attende. Sentirete la mia mancanza? Me lo chiedo spesso, in questo periodo. State vicini alla mia Lisa, per voi buona madre e nonna. Concludo, visto che la stanchezza si fa già sentire, ma vorrei farlo con un messaggio: continuate a lavorare e a crederci. Più che un bene economico, sono sereno perché so che vi lascio un’eredità morale. Quella che ho cercato di trasmettervi considerando il lavoro come valore capace di preservare la dignità umana, e considerare ogni operaio come essere umano e risorsa importante. A voi e a loro andranno le mie preghiere da lassù, se lassù mi vorrà il buon Dio (e lo spero. Anche perché non ho mai sopportato il caldo eccessivo!). Con tutto il mio amore paterno. Antonio”
Giulio si asciuga gli occhi e raggiunge il figlio. – Michele, c’è solo un posto dove vorrei andare in questo momento.
– Anche io, papà.
E così, insieme, si recano alla fabbrica che, con il Maestrale, guarda, ancora oggi, verso mare.
Riciclato da: Ernest Hemingway Il vecchio e il mare
Diventa: Elvira
Era da quasi quarant’anni che lei viveva in quella grande casa. Mancavano quindici giorni e poi l’avrebbe lasciata per sempre.
Un’altra giovanissima governante, che era lì da un mese per imparare da lei, l’avrebbe sostituita. I suoi padroni, ereditieri del nonno notaio, deceduto mesi prima, avevano ritenuto che Elvira fosse troppo avanti negli anni per quel lavoro. Spesso, infatti, faceva fatica a eseguire tutti gli ordini impartiti, come desideravano.
Antonia, la futura governante, la osservava, con sguardo attento, andare e venire lungo i corridoi e stanze dell’antica casa padronale. Tutto, ormai, di quei movimenti stanchi, pareva “la bandiera di una sconfitta perenne”.
Elvira era esile, scarna; il collo, segnato da rughe profonde, ma affusolato dalla sua antica bellezza, non era stato piegato del tutto dagli anni. Sul suo viso era presente il pallore di un’esistenza chiusa e, in parte, trascorsa nella solitudine della sua stanzetta vicino alle cantine, in attesa di ordini,oppure di un sonno notturno che tardava sempre ad arrivare.
Le mani, leggermente disidratate, erano mani che avevano faticato all’ombra di una lacrima, o di un sorriso.
Nessun gesto “era di ieri”; ma essi parevano, di esperienza, battaglie e conquiste incastonate nel suo intimo, quanto le pietre preziose in un gioiello.
Gli occhi avevano il colore bruno della sua terra d’origine, lontana come i suoi ricordi seppiati di bianco e nero.
– Elvira, – le disse la giovane governante, mentre imparava a disporre in modo corretto le tazzine da tè sul vassoio d’argento – potresti chiedere ai padroni di poter vivere ancora in questa casa. Da te, io avrei sempre da imparare…
Pinu’ e le cinque bacche magiche
Il crepuscolo aveva variegato quel cielo blu di lapislazzuli di rosa e ocra.
La sera stava per prendere il posto in modo quasi irruente, in quell’angolo di
bosco.
Pinu’ decise che quella era l’ora giusta per partire per la sua prima
missione.
Gli tremavano alquanto le zampette, ma non voleva darlo a vedere e sapeva che
aveva appreso tutto ciò che c’era da sapere per iniziare la sua vita da adulto.
– Tranquilla ma’! Andrà tutto bene! Non lo vedi che io sono tranquillo? Non mi
succederà nulla, asa a’ biri.
Aveva già fame e in quella notte, per lui speciale, sapeva che avrebbe
banchettato con le gustose e magiche bacche. Procurandosele da solo sarebbe
diventato finalmente coraggioso.
Certo non era cosa facile da fare, visti gli imprevisti e pericoli che si
celavano nel bosco. E fu per questo motivo che si portò dietro anche i suoi
amici. Andò a bussare alla porta dei loro nidi chiamandoli uno per uno, ad alta
voce. – Pinueddu, ajò! – al primo.
- Pinn’e frori, movvidindi! – alla seconda amica. – Pinu ‘e nudda, sempri su
solitu ritardatariu sesi! – al terzo amico, il più timido.
E all’ultimo – Oppì, chi no benisi immoi, accantu t’agattinti siddau! –
Radunati tutti gli amici si avviarono alla ricerca dell’albero della magiche
bacche.
Dopo averlo individuato tra mille pericoli, ognuna delle minuscole bestiole,
per svuotare la propria bacca la bucherellava in più punti e ci entravano all’
interno per gustare quel prezioso e magico nettare.
Così, sazi e coraggiosi, abbandonarono sul terreno quegli involucri e
tornarono ai propri nidi.
L’alba spuntò tutt’a un tratto e anche la superficie delle bacche s’imperlò di
rugiada. Con passare dei giorni si seccarono al sole di giorno, ma diventavano
traslucide grazie al gelo della notte e alla luce della Luna.
Ecco che una mattina, dopo tanto tempo, una bimba che passeggiava nel bosco le
raccolse e le portò via con sé.
Divennero uno dei suoi giochi preferiti, ma dopo essere diventata adulta
diventarono anche “un’arma” contro le sue paure.

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