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Un uomo arriva in ritardo all’appuntamento con una donna

Svolgimento

Quarantacinque minuti. Ora esagera. Non sopporto i ritardi. Maleducata. Carina, ma maleducata. Mi sa che le mando un sms. Si glielo mando

- Me ne vado. Ciao. -

Forse così è esagerato. Poi pensa che sono drastico. E se le è successo qualcosa? Magari prima è meglio essere sicuri che stia bene. Metti che ha avuto un incidente poi mi viene pure il senso di colpa.

Cancello e scrivo:

- Tutto bene? Comincio a preoccuparmi. -

No così non va bene. E se poi non le è successo nulla? Magari pensa che sono uno di quelli ansiosi e asfissianti. Un po’ in effetti lo sono. E’ carino preoccuparsi per le persone secondo me. Ma le donne sono strane. Se ti preoccupi sei assillante, se non lo fai sei uno stronzo menefreghista.

Cancello di nuovo e digito:

- Ciao. Tutto bene? Fuori fa freddo. Ti aspetto dentro.-

Si, mi sembra che suoni meglio. Conto fino a tre e lo invio giuro.

Ma si, sembro rilassato ma le sto comunque facendo notare che la sto aspettando da un po’. Ci metto anche uno smile così capisce che non sono arrabbiato

:)

Cavolo ma io sono arrabbiato. Odio queste situazioni. Secondo appuntamento. Non ci siamo nemmeno baciati. Non posso avanzare pretese, ho le mani legate.

Però evidentemente non le piaccio. Mica una si fa aspettare 45 minuti. Anzi 50 ormai.

Mi sa che me ne vado. Se vuole mi chiama lei.

Poi un trillo e leggo

- Girati sono dietro di te. Fammi un sorrido e perdonami. Sono una donna. -

Sorrido e le vado incontro.

Oggi a scuola i bambini mi hanno chiesto come mai mi ero vestito in quel modo.

Maglia nera, jeans neri, scarpe nere, calze nere. Loro non potevano saperlo ma anche le mutande erano nere quel giorno. Solo la barba grigia stonava in quella totale assenza di colore.

Allora Luisa, dal secondo banco mi ha detto senza peli sulla lingua “ Noi non lo vogliamo un maestro senza colore. Questa non è una scuola normale e noi non vogliamo un maestro normale. Noi non ce ne facciamo nulla di un maestro che si mimetizza nella notte”

Perciò alla fine della lezione sono andato subito nel negozio all’angolo e l’ho comprata. Senza indugio e senza esitazione. Non potevo mica permettermi di deludere i miei alunni, le delusioni delle scuole elementari te le porti dietro tutta la vita.

Domani la indosso. Anche perché guardandola bene bene, la mia maglietta giallo sole di mezzogiorno non è affatto male.

Quando Michele ha appoggiato le forbici, ha preso il rasoio elettrico dal carrellino e ha cominciato ad accorciare i capelli intorno all’orecchio ho avuto un sussulto. Sto facendo una cazzata ho pensato. Ma del resto dove sta la novità?

Quando ha finito il suo lavoro, rasando tutto il lato sinistro della testa e lasciando invece i capelli liberi e ribelli in tutta la loro lunghezza sul lato destro, ho pensato che questa asimmetrica opera d’arte nascondesse in fondo un mio desiderio nemmeno troppo velato.

Mi guardo allo specchio e immagino l’uomo che sarei potuta essere. Se esistesse la reincarnazione e io potessi scegliere io vorrei rinascere uomo. Quando lo dico alle amiche, a parte alcune anime illuminate, le altre mi guardano storto.

Mi piace cambiare. E poi io so già che cosa vuol dire essere donna. Ed è una gran rottura di palle.

Anche se ce la menano con questa storia delle pari opportunità e con la valorizzazione delle nostre differenze di genere.

Perché mentire? Quello che dicono è tutto vero.

E’ vero che sono isterica.

E’ vero che se devo uscire e non trovo quegli orecchini a forma di pavone che si abbinano perfettamente al mio ombretto, sbatto i cassetti e piango imprecando contro l’ingiustizia divina, in un mio personalissimo “ Dio perché mi hai abbandonato?”

E’ vero che l’orologio biologico ticchetta forsennatamente allo scoccare dei trenta, facendoti venire voglia di fare un figlio con il primo che passa, fosse pure un senzatetto, anzi meglio se è un senzatetto a tuo carico, così si occupa lui del bambino durante il giorno in cambio di vitto e alloggio.

E’ vero che piango ogni volta che c’è Dirty dancing in tv, quando lui dice che nessuno può mettere Baby in un angolo e poi la fa volare come un frisbee mentre suo padre si commuove come un annaffiatoio.

Ed è vero che ogni unghia spezzata, ogni sbavatura di rimmel, ogni neonato buco di cellulite si traducono in devastanti microdrammi.

Non serve a nulla che il mio uomo sdrammatizzi e mi prenda in giro dicendomi che sono bellissima anche con i baffi e la sblusatura nella pancia ( che tanto non ci crede nessuno che lo pensa davvero) Loro, gli uomini, non possono capire. Loro, gli uomini,  tutte queste seghe mentali non se le fanno mica.

Io voglio rinascere uomo. Non cercate di farmi cambiare idea.

Tanto basta il pensiero di una vita intera senza depilazione a rendermi inamovibile.

Riciclato da: Ellery Queen Cala la tela

Era una scarpa curiosa, una scarpa non ortodossa, quasi umoristica. Sagomata lungo il piede, scivolava avvolgente lungo la pianta. Nella compiuta armonia di tacco e punta c’era qualcosa di volgare e di estremamente dignitosa al tempo stesso, quasi appartenesse alla Nike di Samotracia, antesignano esempio di gnocca senza testa.

Ma a catturare l’attenzione dell’esterrefatto osservatore non era la prepotente bellezza di quel rosso lucido o l’altezza sprezzante di quel tacco.

L’autentica meraviglia era la misura.

Era un’originale Marc jacobs di taglia 46,ammiccante nella sua grandezza impudica.

Si era forse gonfiata sotto il peso di un temporale novembrino? Oppure la sua proprietaria l’aveva distesa con un matterello da pasticcere in tutta la sua inquietante lunghezza? Una simile scarpa olimpica poteva avere avuto senza dubbio dei natali meno fantasiosi. Era una scarpa da Guinness dei primati che meritava di essere conservata in un museo per gli occhi ammirati della posterità.

Domenico Gabbana, un tempo sedicente latin lover e ora impegnato a placare il suo, nemmeno troppo latente, animo femminile, dopo vent’anni di creativa e gaia attività si riteneva vaccinato contro le sorprese del genere umano. Tuttavia anche lui rimase dapprima inorridito e subito dopo morbosamente affascinato da quella sorprendente piattaforma alla fine della caviglia della supermodel che calcava la passerella avversaria quel venerdì. Nella memoria dello stilista non esistevano precedenti di un simile assemblaggio di arti su un corpo così esile e delicato.

Di conseguenza Domenico continuò a fissare quella barca travestita da scarpa come se non riuscisse mai a saziare gli occhi.

Ricordare è difficile. Lo penso ogni volta che mia nonna racconta qualcosa del suo passato. Piange ogni singola volta. Quando arrivi a 87 anni,  ricordare diventa difficile e doloroso ma imprescindibile. Quando sei vecchio ricordare è l’unica cosa che ti rimane. Ed è l’unica cosa che rimane di te agli altri.

Mi piace ascoltare mia nonna che ricorda. Inizia sempre dicendo – te l’ho mai raccontato di  quella volta…. –  e io le rispondo, inscenando il mio solito teatrino –  nonna me l’hai già raccontato un milione di volte, ormai lo so a memoria- per poi lasciarla libera di ripercorrere con la mente e con le parole quei visi, quelle strade, quelle chiese. Li so a memoria. Quei ricordi non sono più soltanto suoi ma appartengono anche a me adesso. Sono anche la mia memoria.

Mia nonna racconta delle storie divertenti, di quando era bambina e la cosa buffa è che lo fa con la stessa identica ingenuità di allora. E dopo piange sempre.

Come quando mi racconta di quando con la sua amica Assuntina andava a raccogliere i fichi al terreno. Dopo li mettevano dentro due cesti grandi che posavano sulla testa per tornare  casa. Mi raccontava sempre che i fichi non facevano mai in tempo ad arrivare a casa perché tutti i ragazzini che incontravano lungo strada ne volevano assaggiare. Loro due non sapevano mai dire di no, con il risultato che uscivano di casa con il cesto vuoto e rientravano a casa con il cesto vuoto.

Un giorno decisero che non avrebbero dato i fichi a nessuno rientrando a casa. Dovevano essere risolute. Lungo il cammino incontrarono Luisa la figlia di comari Letizia. E quando lei chiese se poteva avere due fichi loro risposero, mentendo,  che non c’erano fichi nella pianta e che questa volta erano state sfortunate. Luisa andò via triste ma convinta. Fu allora che mia nonna e Assuntina si guardarono e si scambiarono un sorriso per la riuscita messinscena . Ma, improvvisamente,  complice una leggera perdita di equilibrio di Assuntina, i due cesti sulle loro teste si scontrarono e tutti i fichi caddero a terra. “ Marì, disse Luisa, sono piovuti dal cielo i fichi oggi? “ e scoppiarono tutt’ e tre a ridere.

E mia nonna, quando arriva a questo punto del racconto, scoppia sempre a piangere.

Perché la bugia dei fichi non era solo una marachella da ragazzine. In quei fichi impolverati c’è tutta la storia di mia nonna, tutto il suo passato. In quei fichi c’era l’azione cattolica, l’unico momento di socializzazione concesso a mia nonna. C’era la guerra che le aveva portato via il padre e che le impediva di vivere una vita normale, di uscire di casa perché, a detta di sua madre, era una vergogna farsi vedere in giro quando  il padre era in guerra. Dentro quei fichi c’era la guerra che quel padre non glielo avrebbe mai restituito e non per la morte ma per amore, perché se n’era rimasto a Parigi quando la guerra era finita, con un’altra donna a farsi una nuova famiglia.

C’era Mussolini dentro quei fichi, c’era l’asse Roma Berlino, c’era la repubblica di Salò.

Mia nonna quando racconta la sua infanzia piange sempre. Un po’ per nostalgia, un po’ per rabbia, un po’ per dolore e in fondo in fondo, io lo so, piange anche un po’ per gioia.

Marco non era sicuro di volerlo dire a Paolo. Era il suo migliore amico, d’accordo, ma quella volta che Paolo aveva trovato il ranocchio morto mica glielo aveva detto. Aveva giocato all’allegro chirurgo senza dirgli nulla. Quello che gli aveva fatto vedere era solo la poltiglia verdastra che era rimasta dopo 3 ore buone di sala operatoria. Ma Marco non ce la faceva proprio a tenere il segreto. Aveva gironzolato intorno a Paolo per tutta la mattina, come uno squalo intorno alla barca e alla fine non ce la fece più. Vuotò il sacco.

“Paolo ho trovato un micromondo”

Paolo lo guardò di sbieco e poi continuò a fare torte con la terra umida di pioggia.

“Hai sentito cosa ho detto?” Non si arrese Marco “Guarda.” E gli mostrò una piccola pallina bucherellata. Paolo lo guardò in attesa, dandogli una opportunità, curioso su dove sarebbe andato a parare il suo amico. E Marco allora, autorizzato da quello sguardo silenzioso, iniziò il suo racconto senza pause e senza respiri.

“Non puoi capire. C’è la vita qui dentro. Ci sono degli esseri viventi dentro questa pallina. Sono in tutto e per tutto uguali a noi, solo minuscoli. Questo è il loro mondo e questi buchini sono come delle finestrelle per l’aria. Hanno tutto quello che serve, acqua, cibo e sono governati da una regina. Di notte quando spengo la luce vengono fuori, diventano grandi come noi e mi parlano. Ma possono farlo solo di notte. Devono rientrare prima che sorga il sole. Se anche uno solo di loro non rispetta il copri, copri, com’è che l’hanno chiamato? A si il coprifuoco. Se anche uno solo di loro non rientra a casa, tutto il mondo morirà per sempre. Io ho fatto amicizia con Nural, una bambina bionda bellissima. Le piace cantare e dice che se riuscirò ad ascoltare una sua canzone senza addormentarmi fino alla fine potrà esaudire 3 miei desideri. Finora però non ci sono riuscito. Mi addormento sempre e quando mi sveglio lei è già andata via. Se ti va stanotte puoi venire a dormire da me e ci proviamo insieme a stare svegli che dici?”

“ No Marco, oggi non posso c’è l’ultima puntata del Grande Fratello. Domani?”

Il postino suonò con insistenza. Stavo per non aprire, come al solito. Avrei preso la posta più tardi, prima di uscire  Tanto non c’è mai nulla di urgente o importante. Dopo il cambio di residenza avevo continuato a fare arrivare la posta a casa di mia madre, per pigrizia più che per comodità e quindi a parte la pubblicità degli ipermercati e le bollette della luce non trovavo mai altro nella cassetta della posta. Ma il postino non si decideva ad arrendersi perciò risposi al citofono. “ c’è una raccomandata per lei, dovrebbe venire a firmare”

Addirittura una raccomandata, pensavo risalendo le scale a passo spedito. Speriamo non sia una multa, questo cavolo di vizio che ho di non rispettare il limite di velocità. Prima o poi una multa arriva mica uno può avere sempre culo nella vita.

Per fortuna non è una multa, pensai e tirai un sospiro. E’ solo una lettera, Ma chi mi spedisce una lettera in raccomandata? Deve essere importante, mi dissi mentre mi sedevo sul divano per leggerla immediatamente. La lettera suonava più o meno così.

“ Caro Mauro,

ho pensato e ripensato a come dare un senso ai tuoi giorni. Da quando è morta Linda, ti vedo sempre più apatico. Tutto casa e lavoro. Almeno prima  mettevi il naso fuori di casa per portarla a fare la pipì. Quando te la regalai, quel Natale di 14 anni fa ti avevo avvisato che un cane diventa come uno di famiglia e che quando muore è come perdere un amico. Tu avevi promesso che saresti stato forte. Ma mi pare che qui non ci siamo. Perciò quest’anno cambio le regole del gioco e ti comunico che sarai tu ad essere donato stavolta.  Ho deciso di regalarti a qualcuno che ha bisogno di te. Lei si chiama Angelica, che a dispetto del nome celestiale, è una creatura alquanto bizzarra.

Io ti dono a lei, perché le serve un animo come il tuo. Tu sai essere concreto e hai la testa sulle spalle e lei, ora più che mai ha bisogno di avere accanto una persona come te.

Lei è bellissima, ha lunghi capelli neri e occhi verdi. Assomiglia vagamente a Natalie Imbruglia, si La cantante, proprio lei. E non tirare fuori il tuo sarcasmo scontato, immagino già la battuta, la Natalie dei poveri….ti assicuro che è bella. Non è l’aspetto fisico il problema. Diciamo che Angelica è una testa calda, è una sognatrice insofferente. Vive di arte, di musica, di letteratura di pittura. Come tutte le sognatrici si lascia abbindolare dai cantastorie improvvisati. Perde la testa per loro. Parte come un cavallo imbizzarrito lungo la pianura della fregatura. La fregano sempre povera ragazza. Eppure, quando l’anno scorso le regalai il dvd la verità è che non gli piaci abbastanza, speravo che il messaggio sarebbe passato, ma nulla. Ci vuole sbattere il muso ogni volta. E ogni volta perde fiducia in se stessa, si guarda allo specchio e si chiede che cosa c’è che non va in lei. La sento piangere spesso ultimamente ed è per questo che ho pensato a te. Tu sei pronto per innamorarti di nuovo. Ormai non ti dovrebbe più dare tanto fastidio vedere Daniele con Sofia, è passato più di un anno ormai. Quindi mi sembri il regalo perfetto.

Lei non si innamorerà subito di te, certo. Ci vorrà un po’ di tempo. Ti vedrà come un bifolco ignorante all’inizio, tu e quella tua mania di fare con la grammatica italiana dei rari e occasionali incontri fortuiti. Ma c’è rimedio anche a quello. Te la faccio trovare sotto l’albero di Natale, non ti preoccupare. E poi starà ancora pensando allo scrittore eccentrico che le ha rubato il cuore. Non essere inavadente all’inizio. Offrile la tua amicizia, la tua spalla su cui piangere. Devi essere innanzitutto un amico per lei e farla sentire desiderata, imprescindibile, unica. Il dono sei tu ma devi far sentire lei come se fosse il regalo più bello che la vita potesse farti.

E non dirle che voti Silvio per favore. Lei è rossa per tradizione familiare, quindi non rovinare tutto con le tue idee sulla corruttibilità umana e con la tua teoria del “ chiudiamo un occhio che se ero Silvio lo facevo anche io”

Angelica è attaccabrighe, le piace litigare si diverte, quindi cerca di non dargliene motivo. La vogliamo domare la ragazza, non farla imbestialire. E’ una tipa gelosa, Per questo ha bisogno di uno come te, che non le dia motivo di esserlo. Il tuo migliore amico ti ha fregato la ragazza, al massimo susciterai tenerezza e compassione in lei ma non gelosia.

Lei ti farà divertire, è una donna passionale che sa stare allo scherzo, basta che non esageri perché è permalosa. Ci saranno delle volte che sparirà per giorni e giorni senza lasciare traccia o un recapito a cui rintracciarla. Ma di solito ritorna sempre.

Tu sei il regalo perfetto Mauro. La camomilla che le calmerà i nervi. L’antidoto per il veleno che le scorre nelle vene.

Buon Natale

Babbo Natale

Presi subito carta e penna e risposi

Vecchio ciccione stavolta non mi freghi. Facciamo che Angelica  te la tieni, o, ancora meglio la regali a Daniele. Facciamo che Sofia torna piangendo a cercare la mia comprensione e il mio perdono, che avrà certo ma solo quelli, perché il mio amore non potrà averlo più.

Facciamo che per ora  me ne sto da sòlo a imparare la grammatica e a sonnecchiare sul divano.

Se ti sto sulle palle basta dirlo. L’ho capito il tuo subdolo tentativo di spacciarmi per un regalo perfetto che cambierà la vita di una persona. Non so che debito tu abbia nei confronti di questa Angelica, ma ho già avuto una squilibrata  nella mia vita e mi basta.

Se riesci però, regalami a Natalie Imbruglia, quella originale. Lo apprezzerei.

Buon Natale

Mauro

E mentre andavo alle poste a imbucare la lettera  mi fermai a comprare un bell’albero, le luci e le palline. Il mio se l’era caricato Sofia sul fiorino di Daniele l’8 dicembre dell’anno prima e proprio non avrei saputo dove mettere i regali di Natale quest’anno.

.

Avevo passato tutta la vita ad aspettare di diventare dottore. Avevo passato tutta la mia fottuta esistenza a mettere da parte la mia vita per poter un giorno salvare le vite degli altri o quanto meno allungarle il più possibile. Volevo solo essere un camice con un bisturi in mano. Era tutto quello che volevo. Era quello che mi bastava per dare un senso alla mia vita. E ogni gesto che io feci da quando maturai questa consapevolezza all’età di 18 anni era finalizzato a questo obiettivo. L’attesa di me stessa, giustificata dal mio titolo di dottore in medicina. Accantonai la vita per anni. Mi feci inghiottire, inglobare dai libri. L’unico sfogo a questa mia forsennata esigenza di arrivare si tradusse in una forma incontrollata di tricotillomania, che tuttora all’età di 43 anni mi porto dietro. Capelli radi quanto rade erano state le emozioni intense della mia esistenza. Forse era una sorta di punizione che mi auto-infliggevo. Strappavo dei piccoli pezzi di me perché io non avevo diritto di esistere finché non fossi diventata dottore.  Era solo questione di tempo, mi dicevo, dovevo solo aspettare.

E infatti fu esattamente così. Dopo 61 esami ottenni la laurea in Dottore in medicina e chirurgia. Dopo la laurea aspettai di entrare in scuola di specializzazione. Dopo la specializzazione aspettai di passare il concorso, ammazzando il tempo facendo guardie mediche dove capitava. Ero un dottore. Di tutto il resto non mi importava affatto. Salvavo le vite e nutrivo il mio ego di questo. Certo qualcuno moriva. È normale, la gente muore. Non sono Dio, né Dottor House. Sono un Dottore vero. E i Dottori veri si abituano presto al fatto che la gente muoia. Mettono su una specie di corazza protettiva contro i fallimenti, contro la precarietà, contro la fallibilità dell’uomo che gioca a fare il Padreterno con il taglio e cucito.

Ma quando è tuo figlio di 6 anni che muore sotto il tuo bisturi, davanti ai tuoi occhi, quello non è normale. Quello è una  bastardata inaudita, che ti fa urlare la notte, che ti fa odiare chiunque abbia avuto la fortuna, in quel maledetto incidente, di essersi salvato. Perché tuo figlio invece no, ti chiedi?

Quanti dentini non avevo visto cadere in questi 6 anni? Quanti pannolini aveva cambiato la nonna al posto  mio? A quante feste di compleanno ero arrivata in ritardo?  A Quante recite scolastiche non avevo assistito mandando  piuttosto la baby sitter al posto mio? Quante fiabe non gli avevo letto, per farlo addormentare dopo un brutto sogno nel cuore della notte? Quel Dottore che di solito deve salvare vite aveva ucciso l’unica persona che contava per mio figlio, la madre che era dentro di me.

E ora non servivano a nulla il mio camice, il mio bisturi, il mio stetoscopio, la mia laurea. Il mio delirio di onnipotenza finiva quel piovoso giorno di Dicembre, quando la vita che avevo sempre messo da parte, aveva deciso di fare improvvisamente la sua comparsa  nella sua manifestazione più dolorosa: la morte. E io morivo quello stesso giorno senza avere mai realmente vissuto. E Tutto quello che mi rimaneva era ancora una volta l’attesa.

Chissà per quale motivo si immaginano sempre i propri genitori e i propri parenti più vicini come degli individui robotici privi di pulsioni, di passioni e ancora peggio, di un passato. Per te esistono solo da quando esisti tu, come se fossero stati prefabbricati apposta esclusivamente per fare da sfondo, da contorno alla tua esistenza e giustificarla. Credo che dipenda dallo smisurato narcisismo ed egocentrismo insito in ognuno di noi.
Ecco perché quando trovai le lettere che mio nonno e mia nonna si erano regolarmente scambiati durante la guerra, ebbi inizialmente un moto di rifiuto. Come si permettevano di vivere una propria vita a prescindere dalla mia? Eppure, nonostante il rifiuto, non riuscivo a smettere di leggerle.

Inizio col dirti che ti amo. Almeno mi sembra. Che confusione. E’ da tanto che non provo questa sensazione perciò prende me alla sprovvista proprio come coglierà te impreparato. Perciò lo chiedo a te: se ti penso tutti i giorni, se quando ti vedo il cuore sussulta, il battito cardiaco accelera, il viso è in fiamme, se sento nello stomaco una sensazione di scombussolamento, mi si incartano le parole e faccio una fatica enorme a dire qualcosa di sensato e intelligente, tu credi che questo possa ragionevolmente definirsi amore? Perché se non è amore allora è influenza. E a quel punto preferisco pensare che sia amore.
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