Stai visualizzando l'archivio dei tag per il tag ‘Aspetto. Che cosa?’ .
Mi chiamo Ishdi, sono una Jana e sto aspettando la mia punizione.
La Jana Maistra mi ha detto di aspettare qui, sulla soglia del Nuraghe. Devo aspettare tutta la notte vegliando il fuoco sacro. E questa è una cosa strana. Devo aspettare la punizione che sceglierà, ma devo anche svolgere un compito così importante. Non capisco: non mi fa dormire con le altre Janas nella nostra casa delle fate, mi dice di aspettare qui la punizione, ma perché mi fa vegliare il fuoco sacro che non deve spegnersi mai? Non so nemmeno se sono capace. So solo che tutti i nostri poteri di fate sono legati a questo fuoco. Soprattutto i poteri di chi lo veglia. Se aumenta la sua luce, significa che è aumentata la forza di chi lo custodisce. Se si spegne sarà come se si spegnerà qualcosa anche dentro di me. Io e il fuoco stanotte siamo legati. E non c’è niente che io possa fare per farlo crescere o morire. E’ solo lo specchio del mio spirito di Jana. Ma se si spegne perderò ogni potere e diventerò come una donna comune. Tutte le Janas perderanno qualcosa. Come se una parte della Luce decida all’improvviso di abbandonarle per andare altrove. Così mi è stato detto.
La notte è lunga qui da sola. E ho paura. Ogni fruscio può essere un gatto, ma anche un lupo o uno di quegli uomini del villaggio che non hanno abbastanza paura delle nostre magie. Quelli che la Jana Maistra dice che vogliono rubare il nostro tesoro. Stringerò forte il mio amuleto e forse mi passerà. La Dea Madre mi ha sempre protetto.
Quando il Dio Sole si sveglierà, la Jana Maistra mi dirà cos’ha deciso per me. Non so cosa mi succederà. In fondo non ho fatto nulla di così grave. L’ho solo guardato. Si può essere puniti solo per uno sguardo? Io non lo sapevo. Basta davvero solo incrociare lo sguardo con un ragazzo che porta le sue pecore al fiume, per perdere tutti i poteri e non essere più una Jana?
Noi Janas possiamo decidere il destino degli uomini, ma non il nostro. Possiamo curare le malattie, portare gioie e tormenti , chiamare il Sole e le piogge. Possiamo dare la vita e la morte. Possiamo tutto, tranne innamorarci. Perdiamo ogni cosai se regaliamo il nostro spirito a un uomo. Questo io non so bene cosa voglia dire, ma la Jana Maistra ce lo ripete a ogni cerimonia nel bosco.
Però con me è stata troppo severa. Quando Iry si è fatta slacciare la bottoniera dal figlio dello sciamano, si che era grave. Quando Liky ha detto che voleva sposare quel soldato Shardana, era grave. Infatti ora non è più una Jana, anche se ha un figlio e dice di essere felice. Ma io? Per uno sguardo? Cos’aveva di così grave quello sguardo che quando la Jana Maistra mi ha guardato dentro gli occhi si è arrabbiata così tanto?
Era quel caldo che sentivo nella pancia quando i miei occhi hanno incontrato quelli di Itzockor? Era quello? Era il fatto che quando l’ho guardato mi è sembrato di averlo sempre conosciuto e aspettato anche se non l’avevo mai visto? Era questa la cosa grave? Forse il fatto che quando l’ho visto, attorno a me non c’era più niente. Solo lui. Forse era questo.
Oh no! E ora che faccio? Il fuoco si è spento.
Ho fame,oggi insieme al caffè mangio anche un biscottino. Ma dove li ha messi mamma? Se li è mangiati lei come sempre. Ah, no, me ne ha lasciato un paio. Meno male che non mi piace il latte: fa ingrassare. A pranzo mi mangio solo la bistecca con un insalata, non ho bisogno di fare dieta, io,come quelle grassone cellulitiche della palestra! Cavolo, sono le nove! L’agenzia sarà già aperta, magari avranno bisogno di me, sono passate già due settimane e non si sono fatti sentire. Eppure mi avevano detto che mi facevano subito sapere qualcosa…
Non avrò le occhiaie come ieri? Mi potrebbero chiamare e io con le occhiaie… Vediamo: no, sono bellissima, non ho occhiaie. E poi Carla ha detto che con le occhiaie ho un viso più intenso! E io che credevo di non essere nulla di speciale! Perché non me ne sono mai accorta? Era ora che il mio talento venisse fuori, anche il fotografo l’ha detto che come interpreto le parti io davanti all’obbiettivo poche lo sanno fare, potrei anche fare l’attrice. Beh, magari quando mi stanco di fare la modella… Anche lui è bravo e poi si vede che è un’ ottima persona. Se non mi avessero scoperta avrei continuato a passare la vita a sognare, a pensare ai miei problemi, ero così insicura… E invece…
Mi fido del giudizio degli altri. Certo secondo me ho un viso più Armani che Valentino, sono molto più classica che sbarazzina, ma non tutti ne sanno di moda. Invece il fotografo l’ha confermato che anche secondo lui io ero più Armani, come pensavo io, però con qualcosa di Gucci, quindi potevo lavorare per tutti gli stilisti. Lo sapevo! Infatti l’agenzia le foto le manda a tutti gli stilisti. Però lavorano sopratutto per Cavalli e Dolce e Gabbana. Credo che contatterò anche altre agenzie, una non basta. Ormai so quello che deve fare una professionista .
Oh, che meraviglia! Una modella! Come Claudia Schiffer e Kate Moss, le mie preferite! Finalmente anche la mia vita diventa bella! Sempre in giro per il mondo e alle feste dei vip! Ma non cadrò nelle trappole, come la droga che gira in quegli ambienti, io farò il mio lavoro e andrò alle feste, ma non mi farò coinvolgere nelle loro abitudini viziose. Però sarà una vita bellissima, e tutto questo solo grazie a venti foto di un book. Si, certo, forse potevo cercare qualcuno che me lo faceva pagare di meno, ma poi sarebbe stato bravo? No, ho fatto bene, anche l’agenzia l’ha detto che ho fatto la scelta giusta. Sono pienamente soddisfatta del mio fotografo, mi ha tirato fuori uno stile alla Naomi Campbell, molto pantera, ma poi ci ho messo un po’ della mia creatività personale, del mio stile.
E poi io ne ho di più di seno, non devo neanche rifarmi spendendo un occhio della testa! Ormai staranno per chiamarmi, sono proprio contenta, con quello che mi hanno detto che si guadagna! Però ho sempre questo dubbio sulle gambe che mi sembrano corte. Però in agenzia me l’hanno detto che tanto le foto delle modelle sono tutte ritoccate e non si nota, è solo un piccolo difetto. Se ce l’hanno anche le altre modelle io sto tranquilla. Meno male, mi stavo un po’ preoccupando.
Forse quando lavorerò nelle sfilate mi chiederanno di fare una vera dieta, ma tanto avrò il mio dietologo, ne prenderò uno personale e seguirò alla lettera quello che mi dice di fare. E facile, non c’è da sforzarsi più di tanto.
Ora aspetto solo la chiamata. Si, oggi sento che l’agenzia mi annuncerà: “Ha chiamato Cavalli, vuole assolutamente te!”.
Domani è il mio compleanno. Veramente.
E compio un po’ di anni. Quel certo numero che ti consente di dire tranquillamente quasi sempre ciò che pensi e soprattutto di fare quello che più ti aggrada senza doverti porre eccessivi problemi, né soprattutto dover renderne conto a nessuno. Quella età nella quale pensi che ormai i doveri te li sei lasciati dietro.
E’ dunque con questo pensiero che alle 21,30 del giorno prima del mio compleanno, mi chiedo perché mai il sig Missiroli, che per il momento neanche conosco, mi costringa a scrivere di notte. E, per giunta, io gli dia retta. E ho pure lo scrupolo di chiedermi se le 21.30 sia da considerarsi abbastanza notte.
Lui suppone che io aspetti qualcosa, e vuole sapere anche ché cosa. Non so se voglio dirglielo. E chissà se voglio dirlo a me stessa. O chissà se lo so.
Potrei imbrogliare e dire che aspetto che si faccia un po’ più tardi, che arrivi il sonno e con esso quel piccolo e rassicurante rituale che è spegnere la radio o la tv, chiudere la finestra lasciando fuori il mondo, accendere la piccola lampada sul comodino, togliere occhiali, orecchini e braccialetti e aprire il libro alla pagina dalla quale spunta un colorato segnalibro lasciato lì dalla sera prima.
E’ bella l’attesa di riprendere un bel libro. Non ricordo chi l’ha scritto, ma mi piace questo aforisma: “Sapere che un libro mi aspetta la sera, riempie di felicità la mia giornata”
L’attesa del sonno e del mio libro con molta probabilità verrà ricompensata ed esaudita. Ma si tratta di un “aspettare” piccolo piccolo.
Chissà se l’attesa di cose grandi è bella e porta felicità. Non ne sono sicura.
E così accade che pensando al mio libro non ho più voglia di aspettare.
L’indomani, svegliandomi, era già il mio compleanno. Ho aspettato con gioia che mi arrivassero auguri, che infatti sono arrivati numerosi. Mentre li aspettavo pensavo. Pensavo alle tante persone che mi sono amiche, a come e dove le ho incontrate, alle cose belle e brutte che abbiamo condiviso, a come è oggi la mia esistenza e la loro.
E ho pensato anche che forse era arrivato il giorno che potevo permettermi di fare un bel regalo a me stessa. Troppo spesso aspetto. Faccio fatica a concedermi delle cose e alcune volte mi sembra di aver bisogno di aspettare che arrivi una ricorrenza, l’occasione giusta. Il compleanno, il Natale, la tredicesima o degli arretrati. Altre volte ancora penso che in fondo, di quella tal cosa posso anche farne a meno, come quando aspetto che il televisore, sul quale oramai vedo solo due canali, diventi completamente nero.
Presa questa eroica decisione, ho trascorso molto felicemente la giornata del mio compleanno, e ho aspettato solo che arrivasse l’indomani. Sono uscita da casa presto sapendo benissimo dove dovevo andare e mi sono comprata una fotocamera reflex nuova, più leggera della vecchia, con l’obiettivo che desideravo, con un display bello, grande e luminoso, e con tante nuove, interessanti e misteriose funzioni.
E ora, aspetto che finalmente smetta di piovere e arrivi la primavera per potermene andare in giro per la mia città, e fotografarne il mare, le piazze, i tetti e le torri. Aspetto di poter riprendere il fiorire delle piante grasse del orto botanico. Aspetto di cogliere i colori e lo spirito delle sagre e manifestazioni della mia Regione. Aspetto il prossimo viaggio per portare a casa il ricordo dei posti visti, e dei volti incontrati. Aspetto di rivedere il mio piccolo nipotino e coglierne e catturarne un sorriso.
Ma l’attesa di questi propositi e desideri non è inoperosa. Non è un tempo vuoto. Per poter sfruttare al meglio la mia reflex, in attesa della prima rondine, mi sto dedicando con la necessaria applicazione a decifrare i misteri e gli enigmi racchiusi nel manuale che ho trovato dentro la scatola.
Mentre aspetto vivo. Ricordo le parole di John Lennon:”La vita è quello che accade mentre pianifichiamo il futuro”.
Cerco, e spero, che questo non mi succeda.
Fabrizio aspetta. Che cosa? Il primo rapporto sessuale.
Fabrizio è un uomo di quasi 50 anni, ma interiormente è rimasto un bambino spaventato con grossi problemi psichici. Lo ripeto: Fabrizio non ha ancora avuto alla sua venerabile età, alcun contatto erotico con l’altro sesso.
All’età di 15 anni fu ricoverato in un reparto di neuropsichiatria infantile e lì, a parte le vessazioni dei suoi compagni pazienti, ebbe la prima rivelazione da parte di una ragazza 18enne sul fatto che una donna, per restare incinta, doveva copulare con un uomo. Fu costretto anche a vedere la intraprendente ragazza, accettare di farsi toccare nelle parti intime, da altri ragazzi dell’ospedale, anche più giovani di lui; ed egli invece sia per il suo aspetto fisico non gradevole, che per la sua timidezza, era costretto a starsene in disparte.
Gli anni passavano, e Fabrizio andava a scuola( e male), ma di ragazze non ne vedeva neanche l’ombra. Durante la ricreazione, se ne stava come al solito in disparte guardando gli altri alunni del liceo stare insieme allegri ed altri sbaciucchiarsi con le rispettive ragazze.
Vennero poi gli anni dell’università. Fabrizio si innamorò (si fa per dire) di qualche dolce fanciulla, ma o erano già impegnate oppure non lo vedevano nemmeno.
Quando iniziò a lavorare si prese una cotta per una sua collega d’ufficio molto sexy, con due labbra rosse da paura. A lei faceva tenerezza, ma nulla di più. Qualche volta andarono a fare colazione assieme, ma tutto si fermò ad un affettuosa amicizia.
Venne il giorno in cui Fabrizio fu trasferito in un altra città e qui conobbe grandi ostilità sul posto di lavoro. Gli venne consigliato di rivolgersi ad una psichiatra del posto. La donna, seppur non bellissima, era molto gentile. Dopo un anno di terapia, Fabrizio si innamorò di lei. Egli decise di dichiararsi una sera, ma i due concordarono comunque di continuare la terapia. Fabrizio dedicava a Gloria, così si chiamava la terapeuta, le sue fantasie masturbatorie, e lei ne era al corrente.
Fabrizio sognava di fare un giorno l’amore con lei; ma questo sogno rimaneva tale.
Intanto dovette salutare Gloria con dolce bacio sulla guancia, in quanto lui tornava alla sua città natale. Aveva 42 anni ed era ancora completamente illibato.
Gli anni passavano, e Fabrizio veniva trattato ancora come un ragazzo, con suo grande disappunto; e su questo infieriva sicuramente anche il suo stato di verginità. Nella sua vita, non una fidanzata, una storiella, un filarino, erano mai venuti ad allietare la sua trite condizione. Egli ricordava il personaggio di Moravia “Agostino”. Ma quest’ultimo pur rammaricato di essere ancora vergine, aveva solo 13 anni; invece Fabrizio di anni ne aveva quasi 50 e si sentiva ormai allo stremo.
L’occasione per sbloccare la situazione, venne inaspettatamente per via di un viaggio in Olanda, che fece con un suo amico. Quest’ultimo lo indirizzò ad una casa di appuntamento. Inizialmente Fabrizio non voleva andarci, per via della paura della sua prima volta, ma colpito dalla prestanza sessuale del suo amico che in quella circostanza aveva fatto sesso con diverse donne, provò un senso di invidia ed acconsentì a recarsi nel bordello.
Tuttavia, il percorso tra la decisione di andare e l’arrivo nel bordello, non fu facile; tant’è che Fabrizio fu colpito da una crisi di pianto determinata dall’ansia.
Ma qundo si trovò faccia a faccia con una delle prostitute, non ci fu niente da fare. La ragazza cercò di stimolarlo per bene, ma inutilmente. Fabrizio allora si consolò baciandole prima un piede, poi i seni e infine la vagina. Andò via sconsolato.
Era rimasto ancora un bambino e molti anni dovevano passare ancora prima di diventare un uomo.
CON L’EUCALIPTO
Mi sta bruciando la gola, non sono più abituato a fumare tanto, a fumare tante sigarette di seguito. Ho anche freddo, ché la puzza del fumo proprio non la sopporto e quindi devo tenere la finestra aperta. Non è un freddo troppo forte per fortuna, se non ci fosse il solito umido si starebbe quasi bene. Mi brucia la gola, ci vorrebbe del miele, quello di eucalipto. Comunque non devo accendermi un’altra sigaretta, così posso chiudere la finestra. Oppure vado a mettermi il giaccone e così visto che mi alzo prendo anche il miele, se c’è quello di eucalipto è meglio. Altrimenti smetto di fumare e aspetto cinque minuti che il fumo esca e poi quando mi alzo a chiudere la finestra prendo anche il miele. Sicuramente quello di eucalipto va meglio, l’eucalipto c’è in tutte le caramelle balsamiche e negli sciroppi.
Adesso mi preparo il discorso. Ho ancora un po’ di tempo, tanto prima delle sei o sei e mezza non arriva. Mica lo so con precisione a che ora arriva, io a quell’ora normalmente dormo. Non come oggi, chissà cosa mi è successo: alle quattro ero sveglio, acceso come un fiammifero. O come una sigaretta, no niente sigaretta. Adesso mi preparo il discorso che le devo fare. Forse mi sono svegliato per questo, per non rimandare, per farle finalmente questo benedetto discorso. Dovrei smettere di chiamarlo discorso, dà l’idea di una cosa troppo pomposa, ufficiale. Invece di pensare devo farle un discorso dovrei pensare semplicemente devo parlarle così son più sereno nel preparare… nel parlarle.
Senza neanche accorgermene ho acceso un’altra sigaretta. Bisogna proprio che vada a prendere il giaccone… vado tra un attimo, cosa stavo pensando? Ah, che è diverso dire parlarle dal dire farle un discorso.
Basta fare la prova: “Senti Luisa, ti devo fare un discorso”. A parte il fatto che quando Luisa arriva ha alle spalle una notte di lavoro… mi sa tanto che solo a sentire la parola discorso rimanda tutto a domani sera, o meglio a stasera che ormai è già oggi. E io non posso rimandare ancora una volta, non oggi che sono sveglio dalle quattro, ho la gola che mi brucia e ho già passato un’ora a cercare di preparare questo cavolo di discorso… o di parlarle… e che palle!
Certo che anche dire ti devo parlare non è il massimo. “Ciao Luisa, ti devo parlare”. A seconda di come le andato il turno di lavoro, se ha acchiappato la vena sarcastica, mi risponde: “Lo stai già facendo.” e io mi smonto e si smonta anche tutta la preparazione di quello che le devo dire e finisce tutto lì.
Questa è proprio l’ultima sigaretta, ecco, il pacchetto lo lancio lì sul divano così non rischio di accendermene un’altra per sbaglio. Se mi viene voglia di fumare ancora sono costretto ad alzarmi da questa sedia, così mi prendo il giaccone e il miele, sperando che ci sia quello di eucalipto.
Allora… bisogna proprio che mi prepari il… che scelga bene le parole.
Ieri mi ha detto che quando non ci capiamo o ci punzecchiamo è perché alcune cose di noi sono molto diverse. Ad esempio ha detto che non ci capiamo perché io non ho mai visto l’alba e lei invece la vede praticamente tutti i giorni. “Mica l’ho capito cosa vuoi dire” le ho detto. E lei mi ha risposto: “Appunto, lo vedi che ho ragione.”
Comunque… allora… quando arriva le dico… E se invece di dirle qualche cosa le propongo di uscire? Tanto sono sveglio. Le dico… che andiamo a vedere l’alba e poi dopo andiamo al bar a fare colazione. Cavolo quanto mi brucia la gola…!
Il citofono? Chi cavolo è alle sei del mattino. “Ciao, scendi”.
“Chi sei?”
“Luca, non fare lo scemo, sono Luisa. Ho visto la luce accesa e la finestra aperta e
allora ho pensato… Dai scendi”
“Un attimo, mi preparo e scendo. Ascolta, ne abbiamo miele di eucalipto?”
“Penso di si, ma scendi in fretta altrimenti non facciamo in tempo…” “In tempo per che cosa”
“Scendi, dai.”
Devo fare in fretta, mi vesto al volo, prendo un cucchiaino di miele di eucalipto e scendo e le dico il… le cose. Magari gliele dico quando siamo al bar, mentre facciamo colazione.
Io mi prendo una brioche e una tazza di latte con il miele.
Speriamo che abbiano quello di eucalipto.
Io ti ho messa al mondo perchè una sera di quattro anni fa ho avuto paura di morire. Mi sono immaginata vecchia e sola. Nessuno da chiamare, far da mangiare per me sola per tutto il resto della vita, nessuno al quale domandare come stai, preoccuparmi per qualcuno. Le preoccupazioni tengono in vita più delle gioie, non ti danno quella sensazione da pancia piena, ma mantengono i sensi attenti come per un digiuno. E ti permettono di sopravvivere. Ti ho messa al mondo per potermi preoccupare per te. Per potermi avvicinare al tuo lettino, come adesso, e sentire che quando dormi il tuo corpo emana un odore buonissimo di legno scuro massiccio e biscotti appena sfornati. Poterti accarezzare mentre dormi e sentire il calore terapeutico che emani mi consola di una vita di sbagli. Sei l’unica cosa bella che ho fatto, ma domani ti abbandono: la ragione è semplice almeno per me, tu non so se capirai mai: tu sei perfetta per me, io sono sbagliatissima per te. Anche abbandonare può essere un atto d’amore ci ho pensato, sai? Non credere che sia una decisione dettata da un momento di sconforto. E non c’entra tuo padre, lui si accorgerà della mia assenza perchè non troverà la camicia stirata sulla sedia a fianco al letto. Imparerai che tuo padre non è un tipo da grossi sconvolgimenti, ma piuttosto da consolidate abitudini. E’ un uomo buono, con lui avrai una vita serena. L’ho capito subito che sarebbe stato un padre dai grandi insegnamenti e piccole attenzioni per te. Sarai serena. Non ti chiedo di perdonarmi per quello che farò domattina, ti chiedo scusa invece perchè sin’ora ho pensato che tu fossi un qualcosa che poteva colmarmi un vuoto, io un cassetto tu un maglione da riporci dentro. Son convinta che facendo così ti risparmio anni di oppressione materna, il troppo amore logora più dell’assenza. Avrai un mondo nel quale rifugiarti – come sarebbe stata la mia vita con mia madre- , sarai libera di condire e colorare l’immagine di noi assieme con azioni e gesti bellissimi che so per certo non ci sarebbero stati nella realtà. Io sono solo in grado di prendere e non restituire più. E più prendo, più chiedo e pretendo, non mi basta mai. Ho levato tutte le foto dove compaio io, quelle in cui son con tuo padre o con te le ho buttate, non voglio che un domani ti ritrovi foto prive di una parte e a furia di guardarle monche penseresti al taglio e alla mancanza più del dovuto. Ti ho fatto beneficiaria della mia polizza di assicurazione, tuo babbo troverà le carte nel cassetto di quello che era il mio comodino. Mio bene, vederti così piccola e sapere che sarei potuta essere la tua rovina era un dolore che mi toglieva il respiro. A te, Flavio, dò la possibilità di rendere nostra figlia un capolavoro, io non so nemmeno assistere da spettatrice al compito, rovinerei tutto con la mia ansia, con i miei eterni bisogni di conferme. Stellina, tu sei il frutto perfetto e meraviglioso di una scelta sbagliata. Trovo giusto che, se pur in questo modo, io ti abbia dato un’occasione per esistere. Ti daranno baci, dirai di no, imparerai a far la torta di mele, ti proverai il primo reggiseno, il tuo primo dubbio, la prima volta che scriverai il tuo nome: io lo so, sciuperei tutto questo, sempre. Non so immaginare atto d’amore più grande da parte mia se non questo privarmi di te. Ti bacio, tua mamma.
La sveglia è un oggetto inanimato, ore 6.30. Il trillo uguale a sempre rompe il sonno. Da tempo la mia giornata è trasformata. Il primo periodo ho fatto finta di essere in vacanza : ferie a tempo indeterminato, per un po’ ha funzionato, ha funzionato almeno fino a quando la cassa integrazione ha coperto le spese.
Ore 6,45 ho fretta di alzarmi, metto su il caffè , con una mano accendo la TV , con l’altra schiaccio il pulsante del computer. Attendo con ansia che la clessidra mi indichi che tutte le mail sono state caricate. Fra un po’ dovrò andare in un’internet –Point, non ricordo da quando non saldo i conti col Signor Tiscali, da un giorno all’altro attendo rassegnato che lì sul display compaia la fatidica scritta: ”nessuna connessione ad internet contattare l’Amministratore”. Non ho bisogno di un amministratore non è né una fortuna, né una sfortuna è un dato di fatto E.458/65 è tutto quello che mi resta insieme ad una laurea in chimica alla Bocconi, un Master negli stati Uniti e 15 anni impiegati a dirigere un’azienda. I conti posso farli da me.
Ore 8 il caffè è finito, il mio curriculum è stato letto da quella azienda di Oslo. Incredibile! Hanno risposto, sembra che abbiano trovato il mio profilo interessante… Interessante chissà che fa freddo che fa ad Oslo…..
Ho lasciato l’ultima bustina chiusa: ”BANCOPOSTA attenzione! Le comunichiamo che sono state rilevate delle operazioni sospette sulla sua carta”. Grazie per la sollecitudine, peccato, non possiedo più nessuna carta.
Ore 10 attendo che il ferro si scaldi, il segreto per resuscitare le camicie lise è stirarle con cura. Le mie camicie sono praticamente miracolate da un additivo che disciolgo nell’acqua, tengo accuratamente la formula segreta.
Prima di indossare la camicia mi faccio la barba, la doccia l’ho fatta ieri notte, non posso sprecare altra acqua calda.
Devo fare con calma ho un appuntamento alle 11,30, cercano un barista in un locale del centro, se sono troppo svelto rischio di attendere troppo.
La giornata è molto bella, il sole mi riscalda le ossa fradice, è stato un lungo inverno.
Il locale deve essere quello all’angolo. Sembra proprio una topaia e quel tizio con la catena d’oro, i capelli unti, il grembiule lercio ha tanto l’aria di essere il padrone. Sono indeciso entro o scappo? Scappo. E’ quasi mezzogiorno, oggi in fondo andata bene l’ora fatidica è arrivata senza troppa attesa, sto diventando abile ad allungare il tempo. Lentamente mi avvio e cerco di godermi la passeggiata, di questa strada conosco tutto, anche le crepe del marciapiede, ci passo tutti i giorni da quasi un anno. La meta è quel portone severo, di solito c’è la calca per entrare, gente di tutti i tipi: il barbone patologico, l’extracomunitario chiassoso e tanti, troppi vestiti con gli abiti di ieri che ingannano l’occhio: sembra che passini qui per caso. Saluto Claudia, professoressa di lettere, precaria anche lei e in ferie forzate grazie alla Signora Gelmini. Claudia mi sorride:
”Ciao Guido, novità?”
Claudia è piccola, bionda, dolce, un motivo in più per attendere l’ora del pasto tutte le mattine.
“Sì, forse. Mi hanno risposto da Oslo”
“Davvero?” sorride, meravigliata, felice per me. ”E cosa conti di fare?”
“Non so, per il momento mi hanno chiesto di compilare un questionario e lo farò.”
“Cosa c’è, non ti vedo entusiasta?”
“Non so .. ad Oslo c’è freddo..”
“Sì, ma avrai di nuovo un lavoro, un reddito, uno status sociale, potrei fare progetti…
La guardo negli occhi e già mi manca.
“Pensa, l’unico progetto che mi viene in mente, se penso di trasferirmi in Norvegia, è come organizzarmi le ferie. Sono sicuro che vivrei 360 giorni di gelo in attesa di scaldarmi alla luce di questo sole e… dei tuoi occhi . Vorrei dire dei tuoi occhi ma non lo dico, lo penso mentre saliamo i gradini della mensa dei poveri. La mensa dei poveri dove non sono beati gli ultimi, al massimo sono fortunati se i primi sono stati discreti.
Avevo passato tutta la vita ad aspettare di diventare dottore. Avevo passato tutta la mia fottuta esistenza a mettere da parte la mia vita per poter un giorno salvare le vite degli altri o quanto meno allungarle il più possibile. Volevo solo essere un camice con un bisturi in mano. Era tutto quello che volevo. Era quello che mi bastava per dare un senso alla mia vita. E ogni gesto che io feci da quando maturai questa consapevolezza all’età di 18 anni era finalizzato a questo obiettivo. L’attesa di me stessa, giustificata dal mio titolo di dottore in medicina. Accantonai la vita per anni. Mi feci inghiottire, inglobare dai libri. L’unico sfogo a questa mia forsennata esigenza di arrivare si tradusse in una forma incontrollata di tricotillomania, che tuttora all’età di 43 anni mi porto dietro. Capelli radi quanto rade erano state le emozioni intense della mia esistenza. Forse era una sorta di punizione che mi auto-infliggevo. Strappavo dei piccoli pezzi di me perché io non avevo diritto di esistere finché non fossi diventata dottore. Era solo questione di tempo, mi dicevo, dovevo solo aspettare.
E infatti fu esattamente così. Dopo 61 esami ottenni la laurea in Dottore in medicina e chirurgia. Dopo la laurea aspettai di entrare in scuola di specializzazione. Dopo la specializzazione aspettai di passare il concorso, ammazzando il tempo facendo guardie mediche dove capitava. Ero un dottore. Di tutto il resto non mi importava affatto. Salvavo le vite e nutrivo il mio ego di questo. Certo qualcuno moriva. È normale, la gente muore. Non sono Dio, né Dottor House. Sono un Dottore vero. E i Dottori veri si abituano presto al fatto che la gente muoia. Mettono su una specie di corazza protettiva contro i fallimenti, contro la precarietà, contro la fallibilità dell’uomo che gioca a fare il Padreterno con il taglio e cucito.
Ma quando è tuo figlio di 6 anni che muore sotto il tuo bisturi, davanti ai tuoi occhi, quello non è normale. Quello è una bastardata inaudita, che ti fa urlare la notte, che ti fa odiare chiunque abbia avuto la fortuna, in quel maledetto incidente, di essersi salvato. Perché tuo figlio invece no, ti chiedi?
Quanti dentini non avevo visto cadere in questi 6 anni? Quanti pannolini aveva cambiato la nonna al posto mio? A quante feste di compleanno ero arrivata in ritardo? A Quante recite scolastiche non avevo assistito mandando piuttosto la baby sitter al posto mio? Quante fiabe non gli avevo letto, per farlo addormentare dopo un brutto sogno nel cuore della notte? Quel Dottore che di solito deve salvare vite aveva ucciso l’unica persona che contava per mio figlio, la madre che era dentro di me.
E ora non servivano a nulla il mio camice, il mio bisturi, il mio stetoscopio, la mia laurea. Il mio delirio di onnipotenza finiva quel piovoso giorno di Dicembre, quando la vita che avevo sempre messo da parte, aveva deciso di fare improvvisamente la sua comparsa nella sua manifestazione più dolorosa: la morte. E io morivo quello stesso giorno senza avere mai realmente vissuto. E Tutto quello che mi rimaneva era ancora una volta l’attesa.

Commenti recenti