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Edgar Allan Pau
Era l’ultimo dei suoi giorni penosi.
Teresa Boccipobiddu se ne stava china sotto il peso della gobba, storpia a forza di vento. L’avevano vista tempo prima defecare sulle tombe dei neonati Teresa Boccipobiddu. Tra cipressi ammuffiti e funghi velenosi, tra pietre sgrigliolanti e croci spezzate.
Il cielo spezzato di su, le tombe spezzate di giù.
Sotto la terra poi, vermi e tzitzigorri, aspettano di farti sentire il dolore della decomposizione.
Era l’ultimo dei suoi giorni penosi, e lo sapeva Teresa Boccipobiddu: già la sentiva la sentenza della morte: hai ucciso tuo marito, brucerai all’inferno e ne sentirai ogni tizzone ardente.
Tra cipressi ammuffiti e funghi velenosi, tra pietre sgrigliolanti e croci spezzate, aspettava nell’ultimo dei suoi giorni, Teresa Boccipobiddu.
L’attesa dell’inferno era già un’inferno, e il sole nero era il buco della serratura da cui poterlo sbirciare.
Teresa boccipobiddu c’aveva la pelle stirata come la pelle dei cani con la pelle stirata, la bocca era più che altro uno squarcio sul viso. Due occhi bianchi e orbi.
Era l’ultimo dei suoi giorni penosi.
Solamente quando il sole nero dell’inferno scese dietro il Portogallo, solamente allora, lui o lei, essere senza forma, che doveva essere la morte o il demonio, giunse a prendersela.
Non portava falce o spada, ma dita lunghe e retrattili come un uccello del malaugurio, per annunciare la fine.
Teresa Boccipobiddu piangeva, rattrappita piangeva,
“Perché ci hai messo così tanto, cagna di una morte, perché?” chiese tra una lacrima e l’altra.
“Perché ci hai messo così tanto?”
E quell’essere rispose:
“Prima dovevo uccidere il tempo.”

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