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Riciclato da       A. C. Doyle Il segno dei quattro

Diventa             Spongebob Holmes

Spongebob prese il flacone dalla mensola del camino e la siringa ipodermica dall’astuccio di cuoio marocchino. Applicò il sottile ago con un gesto nervoso delle sue minute dita giallastre e poi si arrotolò la manica sinistra della camicia (gesto inutile date le maniche corte). Si soffermò un istante con lo sguardo sull’avambraccio e sul polso spugnosi tempestati di innumerevoli segni di punture, irriconoscibili in quella pelle tutta forellata già di suo. Inserì l’ago nella vena, fece pressione sul minuscolo pistone e con un lungo sospiro di sollievo si lasciò andare nella poltrona rivestita di velluto d’alga.

Assistevo a questa cerimonia tre volte al giorno, da molti mesi, e non riuscivo ancora ad accettarla. Al contrario, la scena mi irritava ogni volta di più, tanto che per la stizza mi sarei volentieri mangiato tutte le dita, se mai le avessi avute. Ogni volta giuravo a me stesso di affrontare l’argomento, ma c’era nell’atteggiamento distaccato e noncurante del mio amico qualcosa che lo rendeva l’ultima persona con cui arrischiare interventi indiscreti. Le sue straordinarie facoltà, l’atteggiamento imperioso che gli era naturale, ciò che ormai sapevo delle sue molte e grandi qualità, mi inducevano ad andar cauto nel contraddirlo. Per di più ora era fuori come un barbagianni, doppiamente pericoloso.

Quel pomeriggio, tuttavia – forse per la gazzosa bevuta a colazione o per l’esasperazione che mi procurava l’estrema disinvoltura del suo comportamento – sentii all’improvviso di non potermi più trattenere. «Di che si tratta oggi?» sbottai, «Morfina o cocaina?». Sollevò uno sguardo languido dal vecchio fumetto di Lady Oscar che aveva aperto.

«Lacca per capelli», rispose. «Una soluzione al duecento per cento. Vuoi provare anche tu, Patrick?»

«Uff, era ora che me lo chiedessi, Sponge.»

Riciclato da   Thomas Harris  Il delitto della prima luna

Diventa         Il conflitto delle due scarpe

William Garau fece sedere Crovi al tavolo da “steccaggio” tra la casa e la
riva del mare, e gli posò davanti una bottiglia di birra ichnusa ghiacciata.
Giacomo Crovi guardò la tetra vecchia casa di legno sbiancato dal sale, al
riparo dalla luce e da qualsiasi occhio indiscreto.
- Avrei dovuto venire a trovarti a Maracalagonis quando smontavi dal lavoro – disse- qui non ti andrà di parlarne.
- Non mi và di parlarne in nessun posto, Giacomo. Sei tu che devi parlare quindi ayò! Basta che non mi faccia vedere le facce. Se ti sei portato le foto dietro, lasciale nella borsa… Monica e Walter dovrebbero tornare da un momento all’altro.
-Quanto ne sai?
-Sò quello che c’era scritto su L’Unione Sarda e sul Giornale di Sardegna – disse Garau -due famiglie sbiccate nelle loro case a un mese di distanza l’una dall’altra. A S. Michele e a Santa. Le circostanze erano simili.
-Non simili identiche, tante piccole soffiate hanno creato tanti indizi ed una prova definitiva.
-Quante confessioni fino ad ora?
-Quando ho telefonato in redazione , oggi pomeriggio erano ottantasei, l’anno della mia nascita- rispose Crovi.
-Infami, bugoni! Nessuno conosceva i particolari. Una di quelle famiglie
faceva buoni prezzi, dava dei bei pezzi e i soldi gli servivano per dar da
mangiare al nuovo bimbo, l’ottavo. Nessuno di quegli ottantasei sapeva, spioni di m***a!! Sei riuscito a non far finire qualche bugata al tuo giornale?
-E’ difficile, carissimo il mio biondo col bene che ti voglio, posso fare ben poco. Porto scarpe numero quarantacinque, è difficile trovarne di altri che mi stiano per mettere il mio piede anche in quelle. Hai capito cosa intendo? Sarebbe come sdraiarmi nelle rotaia ferroviaria, prima o poi il treno passa. Niente è impossibile , ma posso solo minimizzare qualche notizia che ti riguarda.
-Questo però con la stampa l’hai fatto?
-Ma con le bugie non ci sò fare troppo – proseguì Crovi. – L’ultima volta che ti ho difeso ho avuto una sensazione curiosa e fastidiosa. Oh, ti son amico, ma mi sembrava come se il mio gruppo di lavoro volesse anche il mio sangue, e cadere tutti non è positivo.
-Qualcuno ti ha ferito?
-No, direttamente no, che io sappia, ancora… Sono riuscito a scoprire cosa pensassero di me dallo sguardo e dai saluti dei colleghi, lasciano in giro una quantità di sensazioni che non sò quanto saprò reggere.

Riciclato da: Ernest Hemingway  Il vecchio e il mare

Diventa: Elvira

Era da quasi quarant’anni che lei viveva in quella grande casa. Mancavano quindici giorni e poi l’avrebbe lasciata per sempre.

Un’altra giovanissima governante, che era lì da un mese per imparare da lei, l’avrebbe sostituita. I suoi padroni, ereditieri del nonno notaio, deceduto mesi prima, avevano ritenuto che Elvira fosse troppo avanti negli anni per quel lavoro. Spesso, infatti, faceva fatica a eseguire tutti gli ordini impartiti, come desideravano.

Antonia, la futura governante, la osservava, con sguardo attento, andare e venire lungo i corridoi e stanze dell’antica casa padronale. Tutto, ormai, di quei movimenti stanchi, pareva “la bandiera di una sconfitta perenne”.

Elvira era esile, scarna; il collo, segnato da rughe profonde, ma affusolato dalla sua antica bellezza, non era stato piegato del tutto dagli anni. Sul suo viso era presente il pallore di un’esistenza chiusa e, in parte, trascorsa nella solitudine della sua stanzetta vicino alle cantine, in attesa di ordini,oppure di un sonno notturno che tardava sempre ad arrivare.

Le mani, leggermente disidratate, erano mani che avevano faticato all’ombra di una lacrima, o di un sorriso.

Nessun gesto “era di ieri”; ma essi parevano, di esperienza,  battaglie e conquiste incastonate nel suo intimo, quanto le pietre preziose in un gioiello.

Gli occhi avevano il colore bruno della sua terra d’origine, lontana come i suoi ricordi seppiati di bianco e nero.

– Elvira, – le disse la giovane governante, mentre imparava a disporre in modo corretto le tazzine da tè sul vassoio d’argento – potresti chiedere ai padroni di poter vivere ancora in questa casa. Da te, io avrei sempre da imparare…

Riciclato da: Ellery Queen Cala la tela

Era una scarpa curiosa, una scarpa non ortodossa, quasi umoristica. Sagomata lungo il piede, scivolava avvolgente lungo la pianta. Nella compiuta armonia di tacco e punta c’era qualcosa di volgare e di estremamente dignitosa al tempo stesso, quasi appartenesse alla Nike di Samotracia, antesignano esempio di gnocca senza testa.

Ma a catturare l’attenzione dell’esterrefatto osservatore non era la prepotente bellezza di quel rosso lucido o l’altezza sprezzante di quel tacco.

L’autentica meraviglia era la misura.

Era un’originale Marc jacobs di taglia 46,ammiccante nella sua grandezza impudica.

Si era forse gonfiata sotto il peso di un temporale novembrino? Oppure la sua proprietaria l’aveva distesa con un matterello da pasticcere in tutta la sua inquietante lunghezza? Una simile scarpa olimpica poteva avere avuto senza dubbio dei natali meno fantasiosi. Era una scarpa da Guinness dei primati che meritava di essere conservata in un museo per gli occhi ammirati della posterità.

Domenico Gabbana, un tempo sedicente latin lover e ora impegnato a placare il suo, nemmeno troppo latente, animo femminile, dopo vent’anni di creativa e gaia attività si riteneva vaccinato contro le sorprese del genere umano. Tuttavia anche lui rimase dapprima inorridito e subito dopo morbosamente affascinato da quella sorprendente piattaforma alla fine della caviglia della supermodel che calcava la passerella avversaria quel venerdì. Nella memoria dello stilista non esistevano precedenti di un simile assemblaggio di arti su un corpo così esile e delicato.

Di conseguenza Domenico continuò a fissare quella barca travestita da scarpa come se non riuscisse mai a saziare gli occhi.

Riciclato da: Moravia La Ciociara

Che brutti ricordi quelli del giorno quando lasciai la mia casa per andare all’ospizio.

Ero ricurvo, sdentato, non sentivo quasi niente e vedevo sempre meno. Per fortuna la mente era lucidissima.

I miei figli erano ben sistemati, avevano famiglia, un lavoro impegnativo e vivevano lontano. Decisero che io non potevo più vivere da solo.

Così un giorno caricammo le mie cose nel bagagliaio della macchina di mio figlio, e io mi sentivo molto triste, non sapendo che proprio nell’ospizio mi aspettavano giornate molto più belle di quelle del recente passato.

Secondo mio figlio e mia nuora non avevo praticamente bisogno di niente, e dovetti insistere non poco per portare con me le cornici con le foto di mia moglie, la collezione di francobolli, le vecchie tessere d’iscrizione al sindacato, tutte le cartoline che avevo ricevuto in tanti anni dei miei ex commilitoni e le letterine di auguri di natale dei miei nipotini.

Riciclato da Asimov: Paria dei cieli.
Diventa:  Voluta dalla terra.

Due minuti prima di entrare in quel mondo che conosceva così bene, Giuseppina Neri camminava nella polverosa periferia di Milano ripercorrendo con la mente dei versi di Rimboud.
In un certo senso era strano perchè difficilmente agli occhi dei passanti che incrociava sarebbe potuta apparire come il tipo di persona che conosce dei versi a memoria.
Non sembrava ciò che invece era: un’insegnante lontana dalla pensione. Era priva per di più, di ciò che oggi si definisce: ”saper vivere”, … Al capire come fare per ottener il massimo col minimo sforzo, preferva il soddisfare la naturale curiosità del suo carattere, con abbondanti letture non a caso.
Aveva da tempo assaporato la maggior parte dello scibile e nonostante una memoria ballerina, quando si trattava di libri o ancor meglio di versi nulla andava perduto.
Tanto per fare un esempio, da ragazzina aveva letto due volte : ” Il sacerdote Beniamino Aru” di Dessì e come risultato lo sapeva a memoria.
Gran parte del significato, vista la giovane età le rimaneva oscura, ma negli ultimi anni i tre versi iniziali riaffioravano così spontaneamente alle sue labbra, che ora le venivano subitanei come il ritmo del suo respiro.
E in quel pomeriggio lucido di pioggia di una primavera che stentava ad iniziare, era il 1991, li ripetè ancora nella roccaforte muta dei suoi pensieri:
” Torna giovane con me
Il peggio è passato
A quella prima parte della vita
Che è saggezza non rendere solo preludio.”

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