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Chi non ricorda il passato è condannato a riviverlo. Non potrebbe essere più vero.
Per quanto ci sia il Giorno della Memoria, anzi più di uno, sembra che la lezione della storia non sia stata imparata. Non solo continuano a nascere assurde gang che idolatrano Hitler e negano l’Olocausto, o partiti fondati sulla paura, più o meno motivata, dell’estraneo, ma si giustificano atti a dir poco inquietanti.
Si teorizza di legalizzare l’eutanasia e lo si fa apparentemente per motivi “umanitari”, perché chi è malato o invalido non soffra più, così come avevano già fatto proprio i nazisti. Si scelgono e selezionano gli embrioni umani eliminando i portatori di tare genetiche in nome di una libertà individuale dominatrice e prepotente, preda dell’illusione di poter controllare la vita e la sua imponderabilità. Nessuno marcia per queste creature che non hanno chiesto di essere fatte, nessuno alza cartelli, nessuno protesta, tutto avviene nell’indifferenza dei più e nel silenzio gelido di qualche ospedale.
Qualcosa è cambiato, non è più il partito o la razza o chi è al potere a decidere, ora è il singolo, ma chi dice che questo renda in qualche modo queste scelte giuste e condivisibili?
Queste tristi constatazioni non implicano che dobbiamo arrenderci per forza all’ineluttabile. Rammentare, ricordare è un baluardo, un argine, al dilagare di tutte le violenze, piccole e grandi, visibili e meno visibili, che dilaniano questo mondo.
Perciò il mondo non deve dimenticare. E neanche noi dobbiamo.
Ecché sarà mai questa memoria! Ecché palle! Tutti a rincorrere la memoria: i 150 anni della Repubblica, la Resistenza, la Shoah, l’11 settembre, l’anniversario d matrimonio, l’alluvione di Firenze… tutte sfighe o comunque cose dolorose al solo pensarle.
Ecchè palle, e io mi dovrei sforzare per ricordare cose che mi fanno male?
E no, io invoco l’alzheimer, voglio una memoria molto selettiva, voglio ricordare solo le cose belle tipo… adesso non me ne vengono in mente ma sicuramente poi mi verranno.
Ecché palle con questa storia che bisogna ricordare ciò che è stato per evitare che si ripeta. Che poi è un controsenso perché se tutti ci dimenticassimo tutto, cosa che io auspico, nessuno potrebbe dire che le cose si ripetono. Poi questa cosa di avere sempre lo sguardo nel passato mette anche tristezza, diciamolo chiaramente, come stare ad ascoltare quei vecchi che ti vogliono dare consigli, che ti dicono per filo e per segno che cosa hanno fatto nella primavera del ’43 o dove erano il 25 aprile del ’45. Ci raccontano tutto così tramandano la memoria, dicono. Con me cascano proprio male, io non voglio essere tramandato o tramandare, io non è che voglio dimenticare, non voglio proprio ricordare. Voglio essere leggero, fare sempre ogni cosa come se fosse la prima volta, ecché cavolo!
Ci sono solo due cose che mi interessa memorizzare perché sono veramente utili: come cavolo mi chiamo e dove ho parcheggiato.
Facciamole per queste cose, le giornate della memoria.
Comunque non stavo scherzando, se qualcuno sa chi sono e dove ho parcheggiato mi fa un favore.
La fabbrica (che, insieme al Maestrale, guarda, ancora oggi, verso il mare)
– Papà, guarda cosa mi ha dato la nonna. Il nonno ha lasciato questa lettera per noi, l’ha scritta qualche mese fa, vedi?
– Sì, lei mi aveva confidato di aver avuto in consegna questa lettera.
– Io l’ho già letta, scusami, non ho avuto pazienza. Leggila anche tu, adesso.
– Certo, dammela. Ma vorrei farlo da solo e poi ne parleremo.
– OK, papà, tieni. Io ti aspetterò nello studio.
Giulio resta solo e si siede sul divano. Gli occhi sono ancora arrossati da un pianto liberatore e volutamente privato, giunto subito dopo le esequie. È stanco dopo mesi di intenso lavoro, oppure passato al capezzale del padre.
Con le mani tremanti, apre la busta e legge: “Caro nipote prediletto e figlio mio adorato, riesco ancora a scrivere ed è per questo che colgo l’occasione per dedicarvi queste poche righe. Non vogliono essere un testamento, a quello ho provveduto tempo fa. Vi scrivo per dirvi che ho sempre ammirato in voi la costanza, l’abnegazione che avete dedicato in questi anni alla fabbrica che avevo fondato quand’ero ancora giovane. Dieci anni or sono, prima tu, Giulio, e poi tu, Michele, avete preso il mio posto, e sapevo che l’avrei lasciata in ottime mani. L’ho voluta lì, dove il Maestrale guardava con me, verso il mare. Nacque con pochi soldi, è vero, ma è cresciuta nel tempo, tra una dose di incoscienza e con tanta fiducia nel mio lavoro e nei miei collaboratori più fidati. Ora, soprattutto grazie a voi e alla vostra capacità di gestione, è diventata una punta di diamante nel settore. Non c’è persona che abbia lavorato lì dentro che io non abbia sentito come un componente della famiglia. Come tale, essa ha avuto periodi floridi, sereni, ma anche periodi di profonda crisi, risolta sempre insieme a tutti loro e voi. So che la mia vita si interromperà a breve. Carlo ha uno sguardo che non mi può mentire, da medico sa bene quale destino mi attende. Sentirete la mia mancanza? Me lo chiedo spesso, in questo periodo. State vicini alla mia Lisa, per voi buona madre e nonna. Concludo, visto che la stanchezza si fa già sentire, ma vorrei farlo con un messaggio: continuate a lavorare e a crederci. Più che un bene economico, sono sereno perché so che vi lascio un’eredità morale. Quella che ho cercato di trasmettervi considerando il lavoro come valore capace di preservare la dignità umana, e considerare ogni operaio come essere umano e risorsa importante. A voi e a loro andranno le mie preghiere da lassù, se lassù mi vorrà il buon Dio (e lo spero. Anche perché non ho mai sopportato il caldo eccessivo!). Con tutto il mio amore paterno. Antonio”
Giulio si asciuga gli occhi e raggiunge il figlio. – Michele, c’è solo un posto dove vorrei andare in questo momento.
– Anche io, papà.
E così, insieme, si recano alla fabbrica che, con il Maestrale, guarda, ancora oggi, verso mare.
Ricordare è difficile. Lo penso ogni volta che mia nonna racconta qualcosa del suo passato. Piange ogni singola volta. Quando arrivi a 87 anni, ricordare diventa difficile e doloroso ma imprescindibile. Quando sei vecchio ricordare è l’unica cosa che ti rimane. Ed è l’unica cosa che rimane di te agli altri.
Mi piace ascoltare mia nonna che ricorda. Inizia sempre dicendo – te l’ho mai raccontato di quella volta…. – e io le rispondo, inscenando il mio solito teatrino – nonna me l’hai già raccontato un milione di volte, ormai lo so a memoria- per poi lasciarla libera di ripercorrere con la mente e con le parole quei visi, quelle strade, quelle chiese. Li so a memoria. Quei ricordi non sono più soltanto suoi ma appartengono anche a me adesso. Sono anche la mia memoria.
Mia nonna racconta delle storie divertenti, di quando era bambina e la cosa buffa è che lo fa con la stessa identica ingenuità di allora. E dopo piange sempre.
Come quando mi racconta di quando con la sua amica Assuntina andava a raccogliere i fichi al terreno. Dopo li mettevano dentro due cesti grandi che posavano sulla testa per tornare casa. Mi raccontava sempre che i fichi non facevano mai in tempo ad arrivare a casa perché tutti i ragazzini che incontravano lungo strada ne volevano assaggiare. Loro due non sapevano mai dire di no, con il risultato che uscivano di casa con il cesto vuoto e rientravano a casa con il cesto vuoto.
Un giorno decisero che non avrebbero dato i fichi a nessuno rientrando a casa. Dovevano essere risolute. Lungo il cammino incontrarono Luisa la figlia di comari Letizia. E quando lei chiese se poteva avere due fichi loro risposero, mentendo, che non c’erano fichi nella pianta e che questa volta erano state sfortunate. Luisa andò via triste ma convinta. Fu allora che mia nonna e Assuntina si guardarono e si scambiarono un sorriso per la riuscita messinscena . Ma, improvvisamente, complice una leggera perdita di equilibrio di Assuntina, i due cesti sulle loro teste si scontrarono e tutti i fichi caddero a terra. “ Marì, disse Luisa, sono piovuti dal cielo i fichi oggi? “ e scoppiarono tutt’ e tre a ridere.
E mia nonna, quando arriva a questo punto del racconto, scoppia sempre a piangere.
Perché la bugia dei fichi non era solo una marachella da ragazzine. In quei fichi impolverati c’è tutta la storia di mia nonna, tutto il suo passato. In quei fichi c’era l’azione cattolica, l’unico momento di socializzazione concesso a mia nonna. C’era la guerra che le aveva portato via il padre e che le impediva di vivere una vita normale, di uscire di casa perché, a detta di sua madre, era una vergogna farsi vedere in giro quando il padre era in guerra. Dentro quei fichi c’era la guerra che quel padre non glielo avrebbe mai restituito e non per la morte ma per amore, perché se n’era rimasto a Parigi quando la guerra era finita, con un’altra donna a farsi una nuova famiglia.
C’era Mussolini dentro quei fichi, c’era l’asse Roma Berlino, c’era la repubblica di Salò.
Mia nonna quando racconta la sua infanzia piange sempre. Un po’ per nostalgia, un po’ per rabbia, un po’ per dolore e in fondo in fondo, io lo so, piange anche un po’ per gioia.
Per me se vogliamo fare un discorso esteso, al di fuori del solo riferimento alla Shoa, la memoria è qualcosa che serve, come gli stessi libri di storia, a ricordare e a discutere tutti gli avvenimenti, non solo quelli brutti; perchè il presente deriva inevitabilmente da ciò che è stato costruito nel passato.
Detto questo, passo a trattare il significato dei punti richiesti.
1) Coltivare la memoria per me significa abituarsi e abituare anche le generazioni più giovani a ricordare il significato di certi avvenimenti del passato, al fine di imparare dal passato a non commettere più gli stessi errori o a valorizzare quello che invece c’è di buono nel nostro presente, al fine di prenderne esempio.
2) Preservare significa proteggere il significato di certi fatti storici da tentativi assurdi di manipolazione( vedi negazionismo)
3) Tramandare vuol dire come coltivare fare conoscere alle generazioni più giovani attraverso la parola, lo scritto, ed altri mezzi di comunicazione l’importanza di ricordare nel bene e nel m,ale certi fatti.
4) E’ evidente quindi da quanto si è appena detto che il rischio di disperdere la memoria sta nel non esguire quelle azioni riferite ai tre punti appena trattati e quindi le conseguenze di questa dispersione sarebbero ovvie: in poche parole la memoria verrebbe praticamente oscurata.

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