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Marco non era sicuro di volerlo dire a Paolo. Era il suo migliore amico, d’accordo, ma quella volta che Paolo aveva trovato il ranocchio morto mica glielo aveva detto. Aveva giocato all’allegro chirurgo senza dirgli nulla. Quello che gli aveva fatto vedere era solo la poltiglia verdastra che era rimasta dopo 3 ore buone di sala operatoria. Ma Marco non ce la faceva proprio a tenere il segreto. Aveva gironzolato intorno a Paolo per tutta la mattina, come uno squalo intorno alla barca e alla fine non ce la fece più. Vuotò il sacco.

“Paolo ho trovato un micromondo”

Paolo lo guardò di sbieco e poi continuò a fare torte con la terra umida di pioggia.

“Hai sentito cosa ho detto?” Non si arrese Marco “Guarda.” E gli mostrò una piccola pallina bucherellata. Paolo lo guardò in attesa, dandogli una opportunità, curioso su dove sarebbe andato a parare il suo amico. E Marco allora, autorizzato da quello sguardo silenzioso, iniziò il suo racconto senza pause e senza respiri.

“Non puoi capire. C’è la vita qui dentro. Ci sono degli esseri viventi dentro questa pallina. Sono in tutto e per tutto uguali a noi, solo minuscoli. Questo è il loro mondo e questi buchini sono come delle finestrelle per l’aria. Hanno tutto quello che serve, acqua, cibo e sono governati da una regina. Di notte quando spengo la luce vengono fuori, diventano grandi come noi e mi parlano. Ma possono farlo solo di notte. Devono rientrare prima che sorga il sole. Se anche uno solo di loro non rispetta il copri, copri, com’è che l’hanno chiamato? A si il coprifuoco. Se anche uno solo di loro non rientra a casa, tutto il mondo morirà per sempre. Io ho fatto amicizia con Nural, una bambina bionda bellissima. Le piace cantare e dice che se riuscirò ad ascoltare una sua canzone senza addormentarmi fino alla fine potrà esaudire 3 miei desideri. Finora però non ci sono riuscito. Mi addormento sempre e quando mi sveglio lei è già andata via. Se ti va stanotte puoi venire a dormire da me e ci proviamo insieme a stare svegli che dici?”

“ No Marco, oggi non posso c’è l’ultima puntata del Grande Fratello. Domani?”

E’ il 1994, in giro, per le strade, c’è un’aria che per la prima volta
percepisco.
Tutti sono in bilico tra la felicità, la tensione e la speranza.
Io sò che verso l’ora di pranzo ci sarà l’estremo atto di ciò che a tutti dà
queste sensazioni.

Prima però mi dedico al mio gioco preferito, la guerra vegetale. Raccolgo: rami, radici, frutti, piante intere, foglie( le mie preferite son
quelle di piante grasse perchè  più adatte in caso di ferita,  in quanto perdono del liquido trasparente, per me rosso sangue).

Quel giorno, nel mio magico giardino, trovo delle bacche, ma non tante, quattro o cinque, ma non riesco a farci due eserciti, non riesco a trovare i leader, non riesco a combattere anzi a farle combattere.
Mi vedo costretto ad usarli come proiettili, proiettili che io utilizzerò per sparare alle nuvole, quelle poche che ci sono; perchè la giornata è splendida, quindi non avrei neanche il desiderio di scacciare il mal tempo.
Insomma, non c’è pioggia, non c’è goccia, non c’è vaso ma io strabocco di gioia ed ho deciso di combattere; di uccidere la noia, o semplicemente di creare una simulazione di guerra forse per allontanare la vera guerra che ancora non conosco.

Parte il fuoco, con la mia fionda mitragliatrice, che però spara una bacca alla volta. Sparo sù, sparo giù, sparo a destra e a sinistra c’è la finestra di casa di
mia nonna, la rompo( è lì che ho scoperto che le bacche, pur leggere, riescono a rompere i vetri, o almeno quelli delle finestre di casa di mia nonna).

Io, da buon cecchino, mi nascondo, non sono là, non esisto.
Nessuno dovrà sapere mai (e mai hanno saputo) che fui io a rompere quella finestra.
Mai scelta fù più giusta: poichè quel giorno verso l’ora di pranzo, l’italia perse ai rigori ed io, piccolo soldatino di otto anni, sarei potuto essere abbattuto come capro espiatorio.

Non ho ancora assorbito il colpo. Senza motivo tre mesi fa, un testicolo mi si è atrofizzato. In una settimana sono diventato un mono palla.

Passeggio, anzi cammino, ché non ho il sentimento da passeggio. Mi fermo per capire dove sono arrivato.

Alla mia destra un albero, anche alla mia sinistra un albero, anche davanti, dietro, ovunque. Minzega, senza accorgermene sono arrivato in un bosco.

Mi siedo su una pietra. Vedo una pallina marron, probabilmente una bacca o un frutto. La raccolgo, la stringo nel palmo della mano.

Mi addormento. Sogno di essere in una sala operatoria. Il chirurgo mi parla:

“È pronto per ricevere il suo nuovo testicolo?”

“Certo” rispondo. E mi sveglio.

Penso che se esistesse veramente la possibilità di quel trapianto, potrei diventare il padre di un leccio, di un pioppo o di un pino.

Là is cavolaras!

Comunque se avrò un figlio lo chiamerò Pino.

Pinu’ e le cinque bacche magiche

Il crepuscolo aveva variegato quel cielo blu di lapislazzuli di rosa e ocra.
La sera stava per prendere il posto in modo quasi irruente, in quell’angolo di
bosco.
Pinu’ decise che quella era l’ora giusta per partire per la sua prima
missione.
Gli tremavano alquanto le zampette, ma non voleva darlo a vedere e sapeva che
aveva appreso tutto ciò che c’era da sapere per iniziare la sua vita da adulto.
– Tranquilla ma’! Andrà tutto bene! Non lo vedi che io sono tranquillo? Non mi
succederà nulla, asa a’ biri.
Aveva già fame e in quella notte,  per lui speciale, sapeva che avrebbe
banchettato con le gustose e magiche bacche. Procurandosele da solo sarebbe
diventato finalmente coraggioso.
Certo non era cosa facile da fare, visti gli imprevisti e pericoli che si
celavano nel bosco. E fu per questo motivo che si portò dietro anche i suoi
amici. Andò a bussare alla porta dei loro nidi chiamandoli uno per uno, ad alta
voce. – Pinueddu, ajò! – al primo.
- Pinn’e frori, movvidindi! – alla seconda amica. – Pinu ‘e nudda, sempri su
solitu ritardatariu sesi! – al terzo amico, il più timido.
E all’ultimo – Oppì, chi no benisi immoi, accantu t’agattinti siddau! –

Radunati tutti gli amici si avviarono alla ricerca dell’albero della magiche
bacche.
Dopo averlo individuato tra mille pericoli, ognuna delle minuscole bestiole,
per svuotare la propria bacca la bucherellava in più punti e ci entravano all’
interno per gustare quel prezioso e magico nettare.
Così, sazi e coraggiosi, abbandonarono sul terreno quegli involucri e
tornarono ai propri nidi.
L’alba spuntò tutt’a un tratto e anche la superficie delle bacche s’imperlò di
rugiada. Con passare dei giorni si seccarono al sole di giorno, ma diventavano
traslucide grazie al gelo della notte e alla luce della Luna.
Ecco che una mattina, dopo tanto tempo, una bimba che passeggiava nel bosco le
raccolse e le portò via con sé.
Divennero uno dei suoi giochi preferiti, ma dopo essere diventata adulta
diventarono anche “un’arma” contro le sue paure.

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