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Nitidamente ricordo solo una cosa. Che ero bello. Me lo dicevano tutti. Ero un diciottenne bello, abbronzato e sportivo. Ma ero anche un diciottenne timido, impacciato e vergine. Di quelli che fanno finta di non volere nessuna perché non hanno mai avuto nessuna.
Tutto il resto fluttua in una nebulosa opaca di colori, profumi, sensazioni e rumori.
No so esattamente come andò. Ricordo solo che lei, a un tratto, dietro le quinte del teatro, si avvicinò e mi baciò. Senti una sensazione calda e morbida attraversare il mio corpo bello, abbronzato e vergine. Lei aveva quarant’anni. Non era bella ma era donna. Una donna che mi regalava una parte inesplorata di me stesso. Una donna che mi faceva un regalo da uomo e che io scartavo con l’entusiasmo di un bambino. “ chissà quando lo racconterò ai compagni, pensavo, divento il più figo della scuola”. Non la rividi mai più. Non ricordo più nemmeno il suo viso. Ricordo solo quella sensazione calda e morbida sulle labbra e la carezza che mi diede quando mi salutò, come le carezze che si danno ai bambini.

L’ho perso. Era una cosa…una cosa che non faceva rumorini anzi se mai dovesse avere una voce sarebbe usignolesca e soave senza squittii nè gorgheggi oziosi. Doveva essere di un bel tessuto morbido tra il panno di daino e il kashmir, diciamo un velluto non a coste, di quei tessuti che catatonicamente passi minuti interi a lisciare. La forma era da Madre Terra, da cuore vero non quello disegnato, con la base stretta e sopra propspero e sinuoso come fianchi di donna. Se cadeva non si spezzava, mi ricordo che mi era caduto una volta, non aveva fatto nè crash nè uno -sdeng- idiota ma un decorosissimo -tuc-. Poi nulla. Capitava a volte che lasciassi la finestra aperta tutta la notte e la mattina lui, l’oggetto, aveva assorbito quel freddo salubre che ci respiravo contro e mi piaceva. Dovrei solo ricordarmi il nome e a cosa mi serviva. Mangiare non lo mangiavo, di questo son certo. Ma di odore suo non ne aveva, è un oggetto con una sua dignità senza pretese nè civetterie tipiche degli oggetti superflui che sono anche profumati e hanno mille pseudo-usi per nascondere la loro reale inutilità. Era un bell’oggetto essenziale. Mi manca. Aiutatemi.

Ricordo una montagna, quella sì che stava in alto. Ma anche una collina che stava più giù all’altezza della città. E poi le case, tante case.alcune del centro storico, ma anche altre, quelle che più mi piacevano erano le moderne. Ne rammento in particolare una con una terrazzina, che stava molto vicino al parco, uno dei tanti parchi uno più bello dell’altro.

Il primo era fatto solo di verde, sulla pianura, ma si vedeva un panorama stupendo fatto di montagne. Gli altri due più o meno simili erano in collina e in uno di questi c’era la fonte dell’acqua: buona quell’acqua pura. Andavo sempre a fare rifornimento lì.

Nell’altro parco mi divertivo a sempre a camminare in mezzo alla boscaglia. Ricordo che c’era un rudere di un’antica chiesa, che prendevo sempre come punto di riferimento. Ma lì il mio animo era triste: i posti erano belli, ma la mia mente era molto malinconica.

Ma ora che tutto è passato, posso fare finta di niente e dire che là tutto o quasi era bello, rilassante. Il luogo ideale per dimenticare e perdersi nei pensieri più poetici e per poter a mia volta ricordare il mio passato, quello remoto in cui molte cose erano belle, ma non perchè ero un fanciullo, ma perchè realmente tutto era poesia.

Il sole era appena annegato in una brodaglia rossa e ferma.
Avrei preferito non ricordarlo, ma il 18 Luglio del 1989, innocentemente citato
dall’ignaro Andrea, mi ha spiaggiata istantaneamente là, nell’intrico di odori e colori,
ed in quel senso asciutto di solitudine impermeabile a qualsiasi vicinanza.
Cercavo la fuga e l’avevo trovata  ma in essa era celata, ancora, la solita trappola:
qualcosa fuori di me doveva comunque essere causa di quella mia sensazione
costante di malessere.
Quel giorno odiai il tramonto infuocato più suggestivo che avessi mai visto nella mia
esistenza.
Lo odia perché mi commosse.
Per anni avevo esercitato un controllo rigido sulle manifestazioni della mia emotività
allenando costantemente rigidità esteriore ed interiore con la convinzione di
temprarmi, così, per affrontare la vita  a muso duro.
Quel maledetto tramonto mi sfondò.
Quel benedetto tramonto…

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